Ancora Chernobyl 36 anni dopo

Chernobyl è molte cose: un anniversario dietro l’angolo (26 aprile 1986), una pagina di questa assurda guerra, un pericolo non archiviato nell’album dei ricordi ma pericolosamente intrappolato tra le pagine dell’attualità.

(Foto ANSA/SIR)

Chernobyl è molte cose: un anniversario dietro l’angolo (26 aprile 1986), una pagina di questa assurda guerra, un pericolo non archiviato nell’album dei ricordi ma pericolosamente intrappolato tra le pagine dell’attualità.
Era una primavera calda e mite quella del 1986, anche a Pryp”at, cittadina a due chilometri dalla centrale più tristemente famosa del mondo: Chernobyl, sede del più grave incidente nucleare mai accaduto, anche dopo Fukushima (2011). Ne avevamo sbiadito i ricordi, ma ora che la guerra ha bussato anche a quella porta, una parte di mondo ha tremato.
Il 24 febbraio, primo giorno dell’invasione dell’Ucraina, la centrale è stata occupata da militari russi e il pericolo nucleare si è fatto non solo una temuta eventualità ma anche una minaccia apertamente proclamata e di continuo paventata, via via che i toni di sfida tra il presidente russo e quello americano si fanno più aspri.
I soldati russi se ne sono andati solo un mese dopo e i giornalisti sono potuti entrare a raccogliere le testimonianze di quanto accaduto dai tecnici che gestiscono l’impianto. Ne sono usciti resoconti surreali: gli occupanti hanno scavato trincee nella terra contaminata, sollevato nuvole di polvere radioattiva con i carri armati, posizionato l’accampamento ai margini della cosiddetta foresta rossa (le radiazioni hanno fatto virare così il colore degli alberi), messo in tasca e portato via oggetti contaminati, maneggiato strumenti imprudentemente. Il tutto senza adeguata protezione. Dapprima più dialoganti, hanno finito col perdere pazienza e cautela; andandosene hanno disseminato di mine la zona. Il momento di maggior tensione si è verificato il 5 marzo: per mancanza di carburante i sistemi di pompaggio dell’acqua di raffreddamento dei reattori hanno rischiato di saltare.
Comportamenti di sprezzo del pericolo o di ignoranza? Sono sembrati non consapevoli della loro storia e neppure informati sulla particolarità della zona che andavano a presidiare. Ma per certo, e a breve, chi ha toccato quel che non doveva si troverà a pagare in prima persona le conseguenze dell’esposizione.
E’ difficile pensare che abbiano letto il libro di Svetlana Aleksievic “Preghiera per Chernobyl” (1997), nel quale la scrittrice riporta i dialoghi realizzati in tre anni di interviste a pompieri, operai, vedove, anziani contadini e giovani, ricostruendo un potente coro di voci e testimonianze sopra il silenzio russo sul disastro. Un libro durissimo forse anche più di “Soldati id zinco” nel quale, sempre intervistando i reduci, la giornalista scrittrice ha raccontato di impreparazione e violenze dei giovani russi in Afghanistan. Due opere che, se da una parte le hanno meritato il Nobel per la letteratura (2015), dall’altra l’hanno costretta a una vita da esule come persona non gradita né in patria, la Bielorussia di Lukashenko, né all’enturage di Putin: da entrambi screditata come agente straniero e collaboratrice della Cia.
Nell’introduzione di “Preghiera per Chernobyl”, Aleksievic scrive che dopo un tale catastrofe nucleare la paura atomica avrebbe dovuto fungere da ottima insegnante. Giova ricordare che la vicina cittadina di Pry”jat fu evacuata solo 36 ore dopo l’incidente, utilizzando oltre mille autobus poi lasciati ai margini della città fantasma a cui nessuno fece ritorno; altri 485 villaggi attorno furono abbandonati. I cosiddetti “liquidatori” (gli operai chiamati a lavorare sulla centrale subito dopo l’incidente per ripulirla dalle macerie, isolare il nocciolo e chiuderlo in sarcofago di cemento) furono 225 mila: lavorarono con turni di 2 minuti ciascuno tanto forti erano le radiazioni.
Il dopo incidente è una storia di alberi e animali deformi, di terre inquinate, di radioattività che il vento dei giorni successivi spinse prima sui paesi Baltici e poi fino in Europa, Italia compresa. Una storia di lutti e di morti terribili: alcune avvenute subito dopo l’incidente (operai e pompieri), altre più lentamente, con ampia proliferazione di tumori specie alla tiroide. La scrittrice quantifica in un milione e mezzo le morti conseguenti al disastro, i dati ufficiali si fermano a qualche migliaia, mentre alcune organizzazioni li stimano in sei milioni nei 70 anni successivi a quel 26 aprile 1986. Numeri imponenti che però non spaventano quanto i racconti di chi era lì.
Cosa ha imparato il mondo da una sì dura lezione? “L’era atomica doveva essere chiusa – ha scritto Aleksievic nell’introduzione al libro – . Andavano cercate altre vie. E invece continuiamo a vivere con la paura di Chernobyl”. Drammatica e folgorante la sua chiusa: “Pensavo di aver scritto del passato. Invece era il futuro”. Dovremmo fare l’impossibile affinché non sia così.

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