Giornata mondiale poveri. Mons. Redaelli (Caritas): “La povertà più forte è quella di speranza”

Domani si celebra la Giornata mondiale dei poveri, istituita da Papa Francesco e giunta alla terza edizione. Tra povertà materiali e spirituali molto cammino di solidarietà e aiuto è ancora da fare. La Chiesa raccoglie le istanze che si levano da più parti e il suo impegno è su più fronti. Fondamentale ricordare, spiega il presidente di Caritas italiana, mons. Carlo Maria Redaelli, che "un’azione verso le persone non è solo dare un aiuto o un contributo ma in qualche maniera aprirle alla speranza"

foto SIR/Marco Calvarese

“La speranza dei poveri non sarà mai delusa” è il tema della terza Giornata mondiale dei poveri voluta da Papa Francesco e che sarà celebrata domani, domenica 17 novembre.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Ne abbiamo parlato con monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia e presidente della Caritas italiana.

Una Giornata dei poveri: non rischia di rappresentare un controsenso per la comunità cristiana che dovrebbe avere i poveri sempre al centro del proprio agire quotidiano?

Certamente ogni Giornata ha senso se diventa qualcosa che richiama un atteggiamento complessivo. Del resto anche dal punto di vista liturgico ogni giorno è Pasqua ed ogni giorno è Natale ma abbiamo bisogno di dedicare una particolare giornata proprio per approfondire questi Misteri della Fede e questa attenzione.

Una Giornata non deve diventare un alibi per il resto dell’anno ma deve trasformarsi in un’occasione per una presa di coscienza ancora più forte, per ringraziare il Signore per quello che si fa e per cercare di continuare nel proprio impegno.

La povertà materiale è quella che balza più evidente agli occhi nella realtà del nostro Paese. Eppure immagino che Lei come vescovo ne incontri ogni giorno anche molto altre. Quali sono quelle che La preoccupano maggiormente?

Riprendendo il Messaggio del Papa per la Giornata dei poveri direi che individuerei

la povertà più forte nella povertà di speranza.

Papa Francesco richiama spesso questo concetto per quanto riguarda i giovani esortandoli a non farsi rubare la speranza; in realtà anche gli adulti, gli anziani, le persone che vivono delle difficoltà quando perdono la speranza devono affrontare la più grande povertà. In questo senso, allora, un’azione verso le persone non è solo dare un aiuto o un contributo ma in qualche maniera aprirle alla speranza. Certo le nostre speranze sono quelle piccole, di ogni giorno ma devono aprire ad una speranza più grande che può venire solo da Dio.

Nel nostro Paese va sempre più diffondendosi l’idea che vadano aiutati prima i “nostri” poveri e solamente dopo quelli che non parlano italiano, sono nati in altri Paesi, professano un’altra religione… Cosa possiamo fare concretamente per opporci a questi pregiudizi che spesso rischiano di attecchire anche all’interno delle nostre comunità cristiane?

Penso che il cammino da fare sia riconoscere nell’altro comunque una persona. E quindi lui è come se fosse lo specchio di me: posso vedere nell’altro qualcuno che ha gli stessi miei sentimenti, gli stessi affetti, gli stessi ideali, gli spessi bisogni ma anche, perché no?, gli stessi peccati.
In questo modo non ha più alcun senso fare una classifica fra i bisogni o fra i bisognosi:

ogni persona va accolta in quanto tale e responsabilizzata con i propri diritti e con i propri doveri, a prescindere da altri aspetti che risultano secondari come potrebbero essere la lingua, la cultura, il colore della pelle, la religione. Ho davanti comunque e sempre persone.

Lei dialoga molto con i giovani, ricevendone anche le confidenze nelle lettere che Le scrivono. Ci sono delle povertà che risultano tipiche del mondo giovanile e povertà che preoccupano in modo particolare i giovani?

A volte ci sono anche povertà economiche che preoccupano i ragazzi ed i giovani. Ricordo le lettere di qualche cresimando o cresimanda che mi confidava la situazione pesante che stava vivendo in famiglia a causa magari della perdita del lavoro da parte del padre o in seguito a forme di dipendenza dal gioco, dall’alcool: tutte realtà che creano, drammaticamente, problemi concreti per arrivare a fine mese.

Certamente, però, la maggiore povertà che provano le giovani generazioni è quella di affetto: avviene quando i genitori si sono divisi o quando i ragazzi si trovano dinanzi altre situazioni pesanti in famiglia ma anche quando devono affrontare i lutti per la perdita delle persone care cui erano molto affezionati.
Nel mondo giovanile sono presenti sicuramente queste forme di povertà. Non direi invece che ci siano “povertà sul futuro”: i ragazzi in ogni caso un’apertura al futuro ce l’hanno ed è un’apertura che cammina insieme al desiderio di avere qualcosa di bello non solo da ricevere ma anche da fare per gli altri. Questo lo riconoscono e quindi un’apertura alla speranza in loro c’è sempre.

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