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Papa Francesco: “Non più la guerra, con la guerra si perde tutto”

Il Papa ha scelto di celebrare il giorno dei Defunti con una Messa al Cimitero americano di Nettuno e una visita di preghiera al Sacrario delle Fosse Ardeatine: "Non più la guerra!", il grido. Nel luogo simbolo della Resistenza romana chiede di togliersi "i calzari dell'egoismo e dell'indifferenza"

(Foto L'Osservatore Romano (www.photo.va) / SIR)

“Non più, Signore. Non più”. È l’invocazione che ha scandito l’omelia della Messa celebrata dal Papa al Cimitero americano di Nettuno – e pronunciata interamente a braccio – per commemorare i defunti e le vittime di tutte le guerre. Come Benedetto XV un secolo fa, Francesco ha deplorato la “strage inutile” della guerra e ha esclamato: “Per favore, Signore, fermati. Non più. Non più la guerra”. Perché “con la guerra si perde tutto”, non solo ieri ma anche oggi, nell’epoca della “guerra a pezzetti”. Il frutto di ogni guerra è la morte: per questo bisogna chiedere la grazia di piangere. Come ha fatto un’anziana signora a Hiroshima, come hanno fatto le donne che dal fronte ricevevano una lettera che annunciava loro l'”onore” della morte di uno dei loro cari: figli, mariti, nipoti. Come ha fatto simbolicamente il Papa, quando – come ad Auschwitz – è entrato da solo, a piedi e in silenzio, nel Sacrario delle Fosse Ardeatine, prima di recitare una preghiera subito dopo il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni.

Tre ore intense di meditazione sussurrata e preghiera, privata e pubblica. Si può sintetizzare così il 2 novembre di Papa Francesco, che dopo il Verano e Prima Porta scegli di commemorare i defunti compiendo una traiettoria – fatta non solo di chilometri ma di un comune denominatore ideale – che va dal Cimitero americano di Nettuno al Sacrario delle Fosse Ardeatine. A Nettuno, al suo arrivo, fa fermare la macchina per deporre dei fiori e toccare alcune delle oltre 7mila croci bianche, sulle quale depone dei fiori. E rose bianche e gialle sono anche l’omaggio floreale sulle tombe delle vittime dell’eccidio del 24 marzo 1944, nelle ex cave sulla Via Ardeatina.

La speranza non delude, l’esordio del Papa nell’omelia a braccio sussurrata, sotto forma di meditazione, a Nettuno. Eppure, la speranza “tante volte nasce e mette le sue radici in tante piaghe umane”, atroci fino a diventare intollerabili.  Così, ognuno di noi è spinto a guardare il cielo e a pregare:

“Per favore, Signore, fermati. Non più questa guerra. Non più questa strage inutile. Meglio sperare senza questa distruzione: giovani… migliaia, migliaia, migliaia… speranze rotte. ‘Non più, Signore’. E questo dobbiamo dirlo oggi, che il mondo un’altra volta è in guerra e si prepara per andare più fortemente in guerra”, il monito per la tragica attualità.

Per leggerla e decifrarla correttamente Bergoglio, ancora una volta, attinge alla saggezza di un’anziana donna, che guardando le rovine di Hiroshima “con rassegnazione sapienziale”, come solo le donne sanno fare, diceva:

“Gli uomini fanno di tutto per dichiarare e fare una guerra, e alla fine distruggono se stessi”. Questa è la guerra, spiega il Papa: distruzione di noi stessi. Le lacrime di questa anziana donna, allora, sono lacrime che oggi l’umanità non deve dimenticare: “Questo orgoglio di questa umanità che non ha imparato la lezione e sembra che non voglia impararla!”.

Gli uomini sono così: quando pensano di fare una guerra, credono di portare una “primavera”, e invece tutto finisce in un inverno brutto e crudele:

“Oggi preghiamo per tutti i defunti – il finale ancora denso delle ferite del presente – tutti, ma in modo speciale per questi giovani, in un momento in cui tanti muoiono nelle battaglie di ogni giorno di questa guerra a pezzetti. Preghiamo anche per i morti di oggi, i morti di guerra, anche bambini, innocenti. Questo è il frutto della guerra: la morte. E che il Signore ci dia la grazia di piangere”.

Francesco, come ad Auschwitz, entra nel Sacrario delle Fosse Ardeatine da solo, a piedi, in silenzio. Poi la preghiera silenziosa, davanti alla cancellata di ferro, durata circa 10 minuti. Dopo l’omaggio floreale, sempre silenzioso, alle tombe della grotta, legge una preghiera, accanto al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che lo precede leggendo anche lui una preghiera in ebraico. Francesco comincia rivolgendosi a Dio che è “con ogni uomo e ogni popolo che soffre l’oppressione”, e poi lo invoca con un preciso riferimento al luogo a cui ha scelto di rendere omaggio, dopo la Messa al Cimitero americano di Nettuno, in questo 2 novembre:

“Dio dei volti e dei nomi – le invocazioni commosse di Francesco – Dio dei 335 uomini trucidati qui il 24 marzo 1944, i cui resti riposano in queste tombe. Tu, Signore, conosci i loro volti e i loro nomi, tutti, anche i 12 che sono rimasti ignoti. Per te nessuno è ignoto”.

“Noi sappiamo che il tuo nome – prosegue  il Papa – vuol dire che non sei il Dio dei morti, ma dei vivi; che la tua alleanza di amore fedele è più forte della morte ed è garanzia di risurrezione”. “Fa che in questo luogo che conserva la memoria dei caduti per la libertà e la giustizia – l’invocazione finale – ci togliamo i calzari dell’egoismo e dell’indifferenza e attraverso il roveto ardente di questo mausoleo ascoltiamo in silenzio il tuo nome: Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, Dio di Gesù, Dio dei viventi”. Prima di lasciare il Sacrario, salutato dall’applauso della folla che lo ha atteso pazientemente all’esterno, il Papa firma il Libro d’Onore, scrivendo questa frase: “Questi sono i frutti della guerra: odio, morte, vendetta…  Perdonaci, Signore”.

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