Sierra Leone: dove una Chiesa di minoranza cammina con la gente vivendo la carità

Padre Maurizio Boa, trevigiano, dei Giuseppini del Murialdo, racconta la sua missione nel Paese africano. Padre Maurizio, dal 1995 in Sierra Leone, in questi anni ha portato il suo aiuto innanzitutto ai bambini e ai minori amputati in seguito alla terribile “guerra dei diamanti”

Il mese di ottobre è tradizionalmente dedicato ai missionari. Uomini e donne che, seguendo vari carismi, hanno “lasciato tutto” per andare nelle periferie del mondo ad aiutare i più poveri, i più soli, i più fragili. In queste settimane il Sir racconterà la loro vita quotidiana fatta di difficoltà, gioie, esperienze, spiritualità, attraverso le voci dei protagonisti raccolte dai settimanali diocesani di tutta Italia. Uno sguardo che dai territori si alza oltreconfine e ritorna qui, a incontrare tutti i nostri lettori.

C’è un detto in Sierra Leone che recita “Quando i pesci piangono, nessuno vede le loro lacrime”. “La forza della Chiesa cattolica, anche in questo Paese africano a stragrande maggioranza musulmana, è quella di immergersi nella realtà locale, che è fatta di grande povertà e sofferenze, cercando di sostenere queste popolazioni. La nostra forza deriva dal vivere la fede nel servizio della carità”. Sostegno che si è concretizzato anche lo scorso 14 agosto, quando una violenta alluvione ha fatto letteralmente esplodere una collina alle spalle di Freetown, la capitale dove oggi vivono circa 2 milioni e mezzo di abitanti, uccidendo oltre mille persone.
Chi parla è padre Maurizio Boa, sacerdote trevigiano dell’ordine dei Giuseppini del Murialdo, missionario in Sierra Leone dal 1995. Molto conosciuto per l’aiuto che in questi anni ha portato innanzitutto ai bambini e ai minori amputati, in seguito alla terribile “guerra dei diamanti” che sconvolse la Sierra Leone dal 1990 al 2001, padre Maurizio è anche il promotore di molti altri progetti per l’emancipazione e lo sviluppo delle popolazioni. Lui infatti ha tante belle idee, alle quali riesce a dare gambe grazie ad una rete consolidata di amici e sostenitori in Italia, ma anche in altre parti d’Europa. Ad esempio, una delegazione di medici ed infermieri dell’associazione “Around us onlus”, costituitasi nel 2012 a Monastier di Treviso, all’interno della casa di cura Giovanni XXIII, è proprio in questi giorni in missione in Africa per realizzare alcuni interventi chirurgici all’interno di un ospedale realizzato con fondi italiani.
“Uno dei progetti più efficaci che abbiamo portato a compimento in Sierra Leone – racconta ancora il missionario – è stata la realizzazione di quasi 1.000 case, per altrettanti amputati, grazie ad una organizzazione benefica del Nord Europa. Gli amputati, spesso abbandonati dalle loro stesse famiglie, con un tetto sotto cui abitare, si sono invece trasformati in un richiamo per l’unione di familiari ed amici”.
Un’altra iniziativa che padre Boa avviò fin dal suo arrivo in Sierra Leone, è il progetto “Adult literacy”, per assicurare un minimo di alfabetizzazione alle persone adulte. “Mi ero accorto che molte donne, quando venivano a prendere i pacchi di alimentari, usavano come firma l’impronta del pollice”.
Dopo l’apertura di case-famiglia per i bambini amputati e la realizzazione di progetti di sanità, l’istruzione è un altro fronte strategico sul quale i missionari del Murialdo hanno molto investito. “Abbiamo aperto diverse scuole, tra le quali anche un istituto tecnico e dei corsi di avviamento al lavoro. Purtroppo questo è un paese che rimane poverissimo, nonostante sia ricco di materie prime, che vengono però depredate, e la disoccupazione è a livelli disastrosi. Dopo la ‘guerra dei diamanti’ si era abbastanza ripreso, ma purtroppo l’ebola, scatenatasi nel 2013-14, lo ha rimesso in ginocchio”.
Pensando alle genti d’Africa, padre Maurizio ci confida di provare molta amarezza quando sente parlare con cattiveria degli africani. “Sono uomini e donne esattamente come noi, con gli stessi sentimenti, capaci di fare il bene o il male esattamente come gli europei. La gente della Sierra Leone è povera, ma molto pacifica e sa aiutare in situazioni di bisogno. Quelli che emigrano da lì, non lo fanno sui barconi (un viaggio da migliaia di euro, per i più sarebbe insostenibile), ma piuttosto vanno da regolari, con un lavoro, nel nord Europa oppure negli Usa o in Canada, quando le ambasciate aprono dei bandi specifici”.
La situazione di un Paese in cui la media d’età è intorno ai 20 anni, che vive dell’elemosina altrui, perché gran parte delle risorse sono state depredate, non può lasciare indifferenti le nostre coscienze.

(*) “La Vita del Popolo” (Treviso)

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