L’integrazione passa dalla scuola

Le "classi passerelle" istituite dalla Caritas insegnano la lingua a giovani stranieri. Un primo passo per inserirsi nella società e trovare lavoro

Nel piccolo comune di Mersch, nel centro del Lussemburgo, in un appartamento dell’edilizia sociale c’è una scuola speciale che raccoglie da tutto il Granducato giovani tra i 17 e i 24 anni per “insegnare loro il francese e fare un percorso di sensibilizzazione alla cultura lussemburghese, anche attraverso uscite sul territorio, visite ai musei e ai monumenti più importanti”. Sono le “classi passerelle”, un’iniziativa firmata Caritas Lussemburgo nata nel 2001, come spiega a Sarah Numico per Sir Europa la coordinatrice della scuola, Cristina Lopes. Un vero percorso d’integrazione e inserimento sociale per stranieri, sostenuto per la maggior parte dal ministero per la Famiglia e l’integrazione. Ma anche la Caritas ci ha messo del suo perché le richieste sono molte più dei posti garantiti dal finanziamento pubblico. A luglio si sono “diplomati” 48 giovani.

Cosa sono esattamente le “classi passerelle”?
“È un anno scolastico che mettiamo a disposizione soprattutto di giovani immigrati e richiedenti asilo che hanno bisogno di imparare o approfondire la conoscenza del francese e che non sono più in età di obbligo scolastico, quindi non possono inserirsi nel percorso ordinario; ma non conoscendo nessuna lingua del Paese (lussemburghese, francese e tedesco – ndr) hanno bisogno di quest’aiuto per accedere a qualsiasi altro percorso di formazione, all’università o al lavoro”.

Come è nata questa scuola?
“Abbiamo cominciato nel 2001 con una classe di giovani richiedenti asilo, ed eravamo sostenuti dal fondo europeo per i rifugiati. Poi nel 2008 il finanziamento ci è stato bloccato perché il termine del progetto era concluso ed è stato il ministero della Famiglia ad assumersene l’onere a partire dal 2009, quando abbiamo fatto partire una seconda classe, creando un livello base e uno avanzato. Il progetto si è consolidato con la legge sull’aiuto all’infanzia e alla gioventù e il nostro è diventato un centro di inserimento socio-professionale”.

Quanti sono e da dove arrivano i giovani che frequentano?
“All’inizio dell’anno scolastico che si è appena concluso avevamo quasi novanta giovani. Poi molti sono stati rimpatriati o sono ritornati volontariamente nei loro Paesi, altri hanno cominciato a lavorare. Comunque nel corso base 26 giovani hanno ricevuto il diploma e 14 in quello avanzato. Poi abbiamo dovuto creare un’altra classe, perché le richieste erano molto numerose, con un insegnante pagato dalla Caritas e c’erano altri 10 giovani. Da alcuni anni ormai la maggioranza di loro è di lingua portoghese (provenendo da Capo Verde, Portogallo, Brasile, Guinea Bissau); poi ci sono giovani dai Balcani, albanesi, cinesi. Quest’anno abbiamo avuto per la prima volta una ragazza siriana”.

Come li coinvolgete?
“Il contatto avviene in modi diversi: attraverso il servizio di accoglienza del ministero dell’Istruzione, oppure attraverso il passa-parola di persone che sono state da noi, o ancora attraverso gli altri servizi sociali della Caritas”.

Che destino hanno poi questi giovani?
“Alcuni di loro trovano lavoro, altri rientrano nel sistema scolastico ordinario del Lussemburgo e frequentano le superiori o l’università come è avvenuto per un giovane di Capo Verde che aveva cominciato giurisprudenza in Portogallo; poi però si era trasferito qui in Lussemburgo per ricongiungersi ai genitori, ma non avendo mezzi economici per pagarsi un corso di lingua è venuto a studiare da noi. Quindi è riuscito a iscriversi all’università e quest’anno prenderà la laurea”.

Il vostro servizio va certamente oltre l’insegnamento della lingua…
“Si, questi giovani hanno con sé molti problemi sociali, economici, familiari; spesso sono ragazzi che hanno vissuto tanti anni lontano dai genitori e si ricongiungono qui con un padre e una madre che spesso non conoscono nemmeno. Poiché restano a scuola tutti i giorni, dalle 10 alle 15, ci rendiamo conto delle cose che non funzionano e quando vediamo emergere problemi cerchiamo di affrontarli con loro, a volte anche con i genitori e se le problematiche sono complesse, ci appoggiamo agli altri servizi Caritas. Alcune volte viviamo anche la frustrazione di non riuscire a trovare soluzioni per questi giovani…”.

Prospettive future?
“Il desiderio è avere più mezzi: lavoriamo con poco al momento; avessimo più risorse potremmo incrementare il numero di posti o dei servizi offerti”.

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