“Il futuro? Nelle mani dei giovani”

Martin de la Torre, giornalista e storica, ripercorre i primi passi della Comunità, e individua punti fermi e valori per l'integrazione europea oggi

Nei suoi studi ripercorre a ritroso il processo d’integrazione europea alla ricerca delle ragioni di fondo di questa originale “invenzione politica” e di nuove motivazioni per proseguirne il cammino. Victoria Martìn de la Torre, spagnola, giornalista con la passione per la storia, lavora al Parlamento europeo a Bruxelles. Ha pubblicato il volume “Europe, a Leap into the Unknown” (Europa, un tuffo nell’ignoto), ovvero “un viaggio nel passato, per incontrare i fondatori dell’Ue”. Gianni Borsa l’ha intervistata per Sir Europa.

Quali sono, a suo avviso, i valori essenziali e i grandi obiettivi attorno ai quali si trovarono concordi i leader dei Paesi europei emersi dalla seconda guerra mondiale, così da agire per costruire il primo nucleo della Comunità europea?
“Il valore fondamentale per loro era indubbiamente la pace. E con la pace, la giustizia e il progresso umano per tutti i Paesi europei. Penso che prima di tutto essi fossero degli umanisti che avevano fatto l’esperienza di due guerre mondiali e si erano resi conto che il nazionalismo aveva scatenato l’odio tra i popoli fratelli d’Europa. Guardavano all’Europa come a una civiltà unita ed esemplare, ma che soffriva la malattia di un nazionalismo aggressivo. Occorre però fare una distinzione…”.

Quale?
“Quella tra i filosofi che hanno prefigurato l’unità europea e i politici che sono effettivamente riusciti ad avviare il processo di unificazione. I primi, tra cui Emmanuel Mounier o Denis de Rougemont, avevano proposto un nuovo modello di rapporti tra i popoli fondato sulla fiducia, la giustizia, al di là della potenza militare o economica. Alcuni avevano assunto questo modello per proporre una federazione europea, proposta poi al Congresso dell’Aia del 1948. Ma essi avevano voluto andare troppo lontano… La maggior parte dei Paesi respingeva l’idea di una cessione di sovranità. Il cambio di passo si ebbe invece nel 1950 grazie a Robert Schuman e Jean Monnet, con l’indicazione pratica della gestione comune, tra Francia e Germania, delle risorse minerarie di carbone e acciaio. Si trattava non solo di rinunciare a revanscismi e vendette, ma anche di legare insieme, per sempre, i destini dei due Paesi creando una solidarietà di fatto che avrebbe reso impossibile la guerra in futuro. Gli altri Paesi – Italia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo – si sono subito aggiunti a questo progetto volendo far parte del nucleo fondativo della nascente federazione europea. L’idea di fondo era di unire le persone e di superare le frontiere, che sono barriere artificiali”.

Trascorsi 65 anni dalla Dichiarazione Schuman, e considerato il nuovo contesto storico, si possono individuare dei principi fondamentali ancora attuali nel disegno dei “padri fondatori”, utili per affrontare le sfide di oggi?
“Io credo che il principio di base, indispensabile per continuare a vivere insieme, è la fiducia. È grazie alla fiducia nata tra i padri dell’Europa – i francesi Jean Monnet e Robert Schuman, il tedesco Konrad Adenauer, l’italiano Alcide de Gasperi, il belga Paul-Henri Spaak, tra i principali protagonisti – che le prime Comunità hanno preso avvio (Ceca, 1951; Cee, 1957 – ndr.). Essi hanno dovuto superare innumerevoli difficoltà, ma credevano fermamente che l’Europa unita fosse un bene superiore a qualunque ideologia o appartenenza nazionale. Le loro convinzioni e le rispettive coerenze hanno portato il progetto al successo. Essi hanno dedicato il loro impegno politico allo scopo di lasciare un’eredità di pace, libertà e prosperità alle generazioni successive. Aggiungerei un aspetto comune delle loro personalità: erano, al contempo, idealisti e realisti, elementi essenziali per un politico”.

Tra i “padri” dell’Europa alcuni erano credenti, altri no. La fede cristiana è stata realmente un elemento che ha spinto Schuman, Adenauer e De Gasperi verso la realizzazione comunitaria?
“Sì. Schuman, Adenauer e De Gasperi erano cattolici praticanti e la fede ha ispirato senza dubbio la loro azione politica. Spaak, invece, era socialista e ateo, mentre Monnet era agnostico e non ha mai militato in alcun partito politico. Ma si può dire che al di là delle differenze, essi avevano una comune visione di umanesimo cristiano della società. I tre cattolici, in particolare, hanno sviluppato un’amicizia fondata sulla fede e ritenevano che l’unità europea potesse essere un modo di applicare i principi evangelici alla politica. Per Schuman e De Gasperi è stato anche avviato il processo di beatificazione: essi infatti intendevano il loro impegno nella vita politica come una vocazione laicale”.

Lei ha individuato e messo in rilievo alcuni discorsi rivolti da questi politici ai giovani del tempo. C’è, al giorno d’oggi, un messaggio di speranza che si può lanciare ai giovani, perché, evitando sentimenti populisti e nazionalisti, possano ancora credere all’Europa unita?
“I padri volevano lasciare un’eredità alle generazioni future. Essi comprendevano già in quell’epoca che i giovani erano più aperti al cambiamento e che mostravano un desiderio di cooperazione e di solidarietà tra i popoli. ‘Ciò che è inconcepibile per i padri diviene naturale per i figli’. Sono in genere i giovani che spingono verso i cambiamenti, senza paura. Ebbene, i fondatori della comunità europea, oggi Ue, sapevano che essi avrebbero gettato le basi di un progetto, ma sarebbero stati i giovani che avrebbero proseguito a realizzare il sogno. L’Europa è tuttora un processo in fase di elaborazione, un salto nell’ignoto, e bisogna avere la visione e il coraggio di fare il passo successivo. Ciascuno, nella società, deve assumersi le proprie responsabilità”.

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