Turpin: “Credo e canto la fede”

Una vita "boulversée", poi il ritorno alla religione cattolica, che porta in giro per il Paese e per il mondo con le sue canzoni

Voce calda e melodiosa, Grégory Turpin, “cantante cristiano”, come si definisce lui stesso, è oggi un volto estremamente noto nel mondo cattolico francese e non solo. Leva 1980, Grégory ha una vita “boulversée” dicono i francesi: scopre la fede a 15 anni, a 18 entra nel carmelo di Montpellier con il desiderio di diventare sacerdote, ma dopo un anno ne esce per motivi di salute. Per guadagnarsi da vivere canta nei bar di Toulouse e la notte gli regala l’ebrezza del successo, ma anche della cocaina. Anni di travaglio e angoscia, Grégory abbandona musica e droga. Lentamente risale la china, per tornare nel 2004 a cantare. Da allora sono usciti tre album, concerti senza sosta, incontri e testimonianze con i giovani. Con l’ultimo album, “Mes racines” (Le mie radici, 2014) “ho ripreso le melodie più conosciute, quelle che hanno segnato la nostra infanzia e il percorso di fede di chi è dentro o vicino alla vita della Chiesa e che hanno anche superato le frontiere”, racconta Turpin intervistato da Sarah Numico per Sir Europa.

Lei ha messo la musica al servizio della fede: come funziona questo modo di evangelizzare?
“Per me evangelizzazione significa vivere del vangelo e trasmetterlo. Sono dieci anni che faccio musica cristiana: in passato mi dicevo che avevo qualcosa da dire perché avevo un tesoro nel cuore di cui ero felice e volevo trasmetterlo. Ora più vado avanti, più ho voglia di partire e rivolgermi alle persone là dove sono e portare con me chi ha voglia di seguirmi”.

Chi sono le persone che incontra?
“All’inizio erano soprattutto i giovani; la mia musica ha subito un’evoluzione, io sono più vecchio e il pubblico cresce con me. Oggi il mio pubblico sono soprattutto famiglie, genitori o nonni con i bambini. Credo che la fede si trasmetta attraverso le generazioni e scopro con gioia che questa intergenerazionalità si vive attraverso la mia musica. L’attenzione sempre crescente che ricevo in ambito cristiano genera un circolo virtuoso per cui sempre più non cristiani vengono a sentirmi cantare”.

Lei va anche spesso all’estero a cantare: Iraq, Buenos Aires, Canada…
“Vivo questo un po’ come una missione. Aver cantato davanti ai miei fratelli perseguitati in Iraq è stata una cosa che mi ha sconvolto. La musica in quei momenti acquisisce tutto il suo senso, diventa condivisione di gioia, sofferenza, modo per esprimere quei sentimenti. La fortuna di poter andare a cantare in giro mi dà la possibilità di scoprire la Chiesa universale: non si vive affatto allo stesso modo la propria fede in Europa o in America meridionale. Il mio primo obiettivo di questi viaggi è andare a raccontare come io vivo la mia fede e scoprire come la vivono gli altri. In Iraq ho visto come la musica va al di là delle parole e la melodia evoca, traduce un sentimento più forte delle parole. In Iraq ho scoperto a che cosa serve un cantante”.

La fede così non rischia di diventare commercio?
“Certo, io ho firmato un contratto con una casa discografica da Parigi e non mi aspetto altro che venda i miei dischi. Ma è l’atteggiamento personale di ciascuno di noi che decide se sarà un commercio o un cammino sincero. Per non bruciarsi le ali in quell’ambiente ci sono ricette necessarie, come essere ben sostenuti, sempre restare nel quadro della preghiera, non cercare la propria gloria ma far conoscere un messaggio. La cosa che più può ferire un artista cristiano è l’essere giudicato dalla sua comunità; la benevolenza di chi ci circonda e delle nostre famiglie spirituali ci aiuterà ad andare avanti bene, rispondendo alla chiamata di Dio. Penso siamo in una società tale per cui non si può che passare attraverso la mediatizzazione per far conoscere il nostro messaggio”.

Quali sono le fonti della sua spiritualità oggi?
“Il mio riferimento è sempre il carmelo. Il mio anno in carmelo ha veramente toccato ciò che di più profondo c’è in me. Quello che voglio far scoprire è l’intimità con Dio”.

Progetti per il futuro?
“Un nuovo album, uno spettacolo musicale, una tournée in Francia, cercando di andare a cantare nei teatri e sale di concerti. Penso che i cristiani debbano reinvestire in cultura. In Francia abbiamo disertato la cultura. Il concerto del 6 giugno scorso all’Olympia a Parigi ha avuto questo significato: mostrare che ci sono degli artisti cristiani che si esibiscono in luoghi pubblici, cristiani che vengono ad ascoltare e sono presenti. Voglio fare in modo di essere considerati artisti con questa particolarità di avere la fede e volerla condividere”.

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