“Valorizzare ciò che unisce”

Tre storie personali, un unico filo conduttore: ex detenuti dei campi di prigionia, hanno partecipato ai programmi Caritas di peace-building

“Abbiamo bisogno di comunicare, di scoprire le ricchezze di ognuno, di valorizzare ciò che ci unisce e di guardare alle differenze come possibilità di crescita nel rispetto di tutti”. Si era rivolto così Papa Francesco ai membri della presidenza della Bosnia Erzegovina, nel saluto a loro rivolto al momento della cerimonia nel Palazzo presidenziale di Sarajevo, lo scorso 6 giugno. Un messaggio di pace e riconciliazione che è stato il filo conduttore della sua visita nella capitale bosniaca. Non è uniformando le differenze che si spiana la strada alla convivenza pacifica e al dialogo.

Le stesse sofferenze. È una consapevolezza che emerge dalle storie di Janko Samoukovic, serbo ortodosso di Visegrad, Amir Omerspahic, bosgnacco musulmano di Sarajevo, e Zdenko Supukovic, croato cattolico di Zepce. Tre uomini accomunati dallo stesso passato, quello di ex detenuti dei campi di prigionia che hanno partecipato ai programmi Caritas di peace-building e riconciliazione. Hanno subíto torture e violenze, ma attraverso il progetto “Pro-Future” hanno maturato la consapevolezza che il popolo di cui facevano parte si era macchiato degli stessi crimini commessi da coloro che li avevano vessati. “Parlandoci – svela Janko Samoukovic a Sir Europa – abbiamo capito che avevamo vissuto situazioni simili. Che la nostra sofferenza era comune. Il lavoro degli psicologi ci ha aiutato a raccontare le nostre storie senza provare dolore, elaborando il dramma e raccontandolo nelle scuole. Ma questo modo di lavorare ha valore solo se siamo in tre a portarlo avanti: serbi, bosgnacchi, croati. Non voglio ingrandire il mio dolore per sminuire o negare quello degli altri”.

“Ho sperato di morire. Ma poi…” Janko aveva 23 anni quando è scoppiata la guerra. “Non credevo potessero farmi del male perché io non avevo mai fatto male a nessuno. Avevo fiducia nelle altre persone”, ha raccontato alla platea che ha concluso il tour della riconciliazione e della memoria organizzato da Caritas alla vigilia della visita papale. Janko viene internato nel Silos di Tarcin, un vecchio magazzino per lo stoccaggio dei cereali. Dopo violenti interrogatori da parte dei soldati dell’armata bosniaca, il trasferimento in una cella in cemento con solo un secchio per la toilette. Qualche fetta di pane, pochissima acqua. “Dopo 15 giorni ho iniziato ad avere svenimenti per la fame. Eravamo sottoposti a torture fisiche e psichiche”. Una guardia continua a puntargli il fucile contro. “Ero combattuto tra l’istinto alla sopravvivenza e il desiderio che quel grilletto lo premesse davvero per porre fine a quell’inferno”. Poi la liberazione, gli anni passano ma “il mondo che avevo conosciuto prima non esisteva più. Non sapevo come comportarmi verso la vita. Oggi sono felice di dire che nel mio nuovo mondo non c’è spazio per l’odio, perché l’odio mi impedisce di essere felice”.

“Il volto di chi mi ha salvato”. “Quella persona, quel popolo che vedevo nemico, in realtà ha il mio stesso volto, il mio stesso cuore, la mia stessa anima”, aveva detto Francesco durante la messa allo stadio Kosevo, davanti a 65mila persone. In queste parole è racchiusa la storia di Amir Omerspahic, bosniaco musulmano di Sarajevo dopo che, imprigionato prima nel campo di Sljivovica, e poi sotto custodia della polizia regolare serba, lui bosniaco musulmano, ha avuto salva la vita grazie al cuore grande di un medico serbo. È quest’ultimo a predisporre il ricovero dell’allora 17enne Amir, ferito a un dito e sul quel dito malato ripetutamente picchiato “fino a quando questo non è caduto”. “Trasportato d’urgenza all’ospedale è lì che per la prima volta ho sentito un po’ di calore umano”. Grazie anche a quell’incontro salvifico Amir è riuscito a “non odiare il popolo serbo. Nella mia testa ho ben impresso il volto di quella persona che mi ha salvato la vita”.

Fiducia nella giustizia. Una sorte non molto diversa è quella toccata a Zdenko Supukovic. Arruolatosi nell’esercito croato, ha resistito alle forze serbe per un anno, insieme all’armata bosniaca, sua alleata. Poi le conflittualità in seno ai due eserciti diventano sempre più accentuate tanto che Zdenko e i suoi soldati decidono di arrendersi. “Ho capito subito – racconta – che non l’avremmo passata liscia. Ci hanno chiuso in un edificio danneggiato e senza tetto. Ci hanno fatto indossare panni da lavoro. La cosa che faceva più male era la mancanza di cibo perché eravamo costretti a fare lavori pesanti, a scavare trincee o tagliare legna”. Nonostante tutto, confessa, “mi veniva più facile fare questo che sopportare la violazione della dignità. La sensazione era che trattassero meglio gli animali di noi”. Zdenko è stato imprigionato per 255 giorni. Oggi è invalido di guerra al 40% e soffre di stress post traumatico. “Riconosco che anche il mio popolo ha avuto molte colpe, non bisogna condannare tutta una nazione per quello che è successo. Chi ha commesso crimini ha un nome e cognome e deve essere giudicato dai tribunali internazionali”.

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