Balcani verso l’Ue: ” “percorso contrastato

I Paesi della regione hanno alle spalle guerre, divisioni, sofferenze. Ma l'integrazione europea è una prospettiva possibile, forse necessaria

I sei Paesi dei Balcani occidentali – Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Montenegro e Serbia – a più di venticinque anni dalla caduta del Muro di Berlino e dalla dissoluzione della ex Jugoslavia e a più di quindici dall’ultimo grande conflitto bellico consumatosi dall’inizio degli anni Novanta del Novecento su questi territori, hanno intrapreso tutti, chi più chi meno, la strada che, in un futuro non troppo lontano li vedrà membri dell’Ue.
I negoziati di adesione sono già stati avviati con il Montenegro e la Serbia; la Macedonia e l’Albania hanno ottenuto lo status di candidati ufficiali, laddove la Bosnia e il Kosovo non hanno ancora presentato richiesta di adesione. In questo momento, però, sembra giusto chiedersi se in tutti questi anni si fosse potuto e dovuto fare di più e se nel lungo percorso di questo partenariato verso l’integrazione europea tutti siano un po’ più stanchi e sfiduciati: l’Ue a causa dei ritardi nelle riforme richieste e gli stessi Stati balcanici che, dal canto loro, contavano su una maggiore comprensione da parte di Bruxelles tenendo conto delle specificità di questa “farraginosa” e particolare regione del Continente che spesso sfuggono alla routine burocratica.
Volendo stilare un bilancio generale della situazione attuale, ci troviamo davanti a un’immagine complessiva che, per certi versi, sembra poco promettente tenendo conto di una serie di fattori quali: il problema da anni ancora irrisolto della questione della denominazione della “Macedonia”; l’esigua funzionalità della struttura statale bipolare della Bosnia; l’impellente necessità di riforme costituzionali in Serbia come condizione indispensabile per sbloccare la situazione dei rapporti con il Kosovo; la potenziale crescita dell’islamismo radicale in tutti questi Paesi in quanto eco delle attività dell’Isis, come testimoniano gli incidenti verificatisi ultimamente in Bosnia e in Macedonia. Ancora: il duplice binario politico che, dall’inizio della crisi in Ucraina, porta ciascun governo a schierarsi dalla parte dell’Ue o della Russia; la sempre più crescente povertà – quella ereditata dal passato e quella che è conseguenza della crisi globale, con un alto tasso di disoccupazione particolarmente alto tra i giovani sempre più propensi a emigrare in massa nei Paesi dell’Ue; la corruzione diffusa non solo nel mondo del business ma anche nei sistemi pubblici della sanità e dell’istruzione; i mass media, alcuni dei quali lamentano una privazione alla libertà di espressione, dove altri si sono fatti strumenti e portavoce delle varie forze politiche che tuttavia agiscono senza alcuna responsabilità per il benessere della società…
Di contro, in una visione più ottimistica, non si possono non notare gli evidenti progressi che dimostrano come questa regione, di circa quindici milioni di persone, nonostante abbia vissuto diverse fasi piuttosto concitate, fatte di nazionalismi, di guerre, di esodi, di catastrofi umanitarie, ha compiuto o, perlomeno, sta tentando di compiere un passo notevole sulla strada delle riforme politiche, economiche e sociali previste dall’agenda europea. Va inoltre notato come la maggior parte delle forze politiche, sia quelle al governo che quelle all’opposizione, puntano più o meno sinceramente verso gli obiettivi europei, coscienti che è questo ciò che chiedono e si aspettano i loro elettori, consapevoli del fatto che questa è rimasta l’unica strada per assicurare una vita migliore ai cittadini.
Tocca all’Unione europea accelerare questi processi, pretendendo fatti e risultati concreti, più che parole e consensi retorici.

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