Ancora confusione sui “diritti”

Sessione plenaria intensa. Sullo sfondo Grecia, Turchia, Russia, migrazioni. Passa una controversa risoluzione sulla parità di genere

La parità tra uomini e donne, le “frontiere intelligenti”, lo scandalo Fifa che ha colpito il calcio europeo e mondiale. Ma anche Russia, Turchia, Ungheria. La sessione plenaria del Parlamento Ue, svoltasi dall’8 all’11 giugno a Strasburgo, ha affrontato un ampio ventaglio di temi, rimandando invece uno dei punti più attesi: il Ttip, Accordo transatlantico per il commercio e gli investimenti, sul quale le posizioni in emiciclo e fra le istituzioni comunitarie sono ben lontane da un punto di arrivo.

Stop alle discriminazioni verso le donne. Un tema che è piombato in aula creando una evidente frattura politica – ma che i media europei hanno piuttosto sottovalutato – è stata la risoluzione non legislativa sulla “Strategia Ue per la parità tra donne e uomini dopo il 2015”, stesa dalla relatrice Maria Noichl (Germania), e approvata con 341 voti favorevoli, 281 contrari, 81 astensioni. Nel testo di oltre 20 pagine si legge che il Parlamento europeo “invita la Commissione a elaborare e adottare una nuova strategia specifica per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere in Europa, che miri a creare pari opportunità”, “nell’ottica di porre fine a tutte le forme di discriminazione a cui le donne sono esposte nel mercato del lavoro per quanto riguarda retribuzioni, pensioni, processo decisionale, accesso a beni e servizi e conciliazione tra vita familiare e professionale, come pure a tutte le forme di violenza nei confronti delle donne, nonché al fine di eliminare le strutture e le pratiche discriminatorie connesse al genere”. Il Parlamento invita inoltre a “prevedere azioni specifiche per rafforzare i diritti di diversi gruppi di donne, tra cui le donne con disabilità, le donne migranti e appartenenti a minoranze etniche, le donne rom, le donne anziane, le madri sole e le Lgbti”. Maria Noichl ha affermato: “Malgrado le differenze interne, i deputati si sono concentrati sul nostro obiettivo centrale”, ossia “raggiungere finalmente una reale parità di genere in Europa”.

Ma poi torna il “diritto” all’aborto… Il testo, accanto a numerose e costruttive osservazioni sulla difesa dei diritti delle donne, aggiunge però aspetti alquanto controversi. Rileva giustamente “che la femminilizzazione della povertà può avere come conseguenza un aumento della tratta delle donne, dello sfruttamento sessuale e della prostituzione forzata, nonché una maggiore dipendenza finanziaria delle donne” e invita la Commissione e gli Stati membri a intervenire in tale ambito. Si denunciano poi diverse forme di discriminazione e violenza in ambito domestico, sul lavoro, in internet e nello spazio pubblico; fra queste lo stalking e il cyber bullying. Ma nel capitolo dedicato alla salute si legge che il Parlamento “chiede alla Commissione di sostenere gli Stati membri nel garantire servizi di qualità elevata”, nei settori “della salute sessuale e riproduttiva e dei relativi diritti, dell’interruzione di gravidanza e della contraccezione sicure e legali”; ancora, si “invita la Commissione, riconoscendo l’importanza dei diritti sessuali e riproduttivi, a creare modelli di prassi eccellenti di educazione sessuale per i giovani di tutta Europa”. Numerose le voci levatesi durante il dibattito che ha preceduto il voto che hanno denunciato l’indebita introduzione del tema dell’aborto (che non è di competenza Ue ma degli Stati membri) in una risoluzione che invece dovrebbe garantire diritti e pari opportunità fra donne e uomini. Al paragrafo 24 si legge addirittura che il Parlamento “invita la Commissione a provvedere affinché gli Stati membri consentano il pieno riconoscimento giuridico del genere preferito da una persona, inclusi il cambio del nome di battesimo, del numero di previdenza sociale e di altri indicatori del genere sui documenti di identità”. Invece al numero 31 si “raccomanda, dal momento che la composizione e la definizione delle famiglie si evolve nel tempo, che le normative in ambito familiare e lavorativo siano rese più complete per quanto concerne le famiglie monoparentali e genitorialità Lgbt”. In vari Paesi sono poi intervenute organizzazioni laicali e vescovi a stigmatizzare queste espressioni della risoluzione.

Cremlino a un bivio; Ankara faccia le riforme. Articolate le posizioni assunte dai deputati in materia di politica estera (mentre nei corridoi di Strasburgo si discuteva con preoccupazione della situazione in Grecia, dell’emergenza migranti e del futuro referendum inglese sulla permanenza nell’Ue). Sulla Russia si è detto che l’Unione dovrebbe “riesaminare in modo critico” le sue relazioni con Mosca. Gabrielius Landsbergis (deputato della Lituania e relatore di una risoluzione) ha affermato: “Con la sua aggressione contro l’Ucraina e l’annessione della Crimea, la leadership russa ha messo le nostre relazioni davanti a un bivio. Spetta ora al Cremlino decidere la direzione: cooperazione oppure maggiore isolamento”. Alla Turchia, anche alla luce del voto del 7 giugno, si chiedono vere riforme sulla via della democrazia e del rispetto dei diritti: ma le porte non si sono chiuse verso Ankara e verso il popolo turco.

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