Ue, ostacoli sul cammino” “Ma molti ci credono ancora

La storia insegna che l'integrazione europea ha progredito proprio nei momenti di maggiore difficoltà. Come potrebbe accadere oggi

L’Unione europea è, da tempo, in cattive condizioni. Fa fatica a rispondere in modo convincente e definito alle sfide che minacciano l’Europa dall’esterno: prima la crisi economica e finanziaria, poi l’aggressività della Russia, quindi le catastrofi umanitarie causate dalla carestia, da regimi del terrore e dalla guerra in Africa e nel Medio Oriente con il conseguente “assalto” di migranti e rifugiati. Nelle elezioni che si svolgono nei Paesi membri, partiti ostili alla politica di unificazione comunitaria acquisiscono così sempre maggiore consistenza: gli insoddisfatti fondano il loro rifiuto o le loro critiche all’Unione attaccandone la politica monetaria, quella di asilo o quella di austerità e di riforma. Così le minacce esterne si vanno a sommare ai problemi interni… Infatti la perdurante crisi dello sviluppo economico e il suo impatto sul mercato del lavoro hanno portato molti europei a porsi contro la comunità transnazionale.
Tra l’altro, anche molti Stati membri dell’Unione sono messi piuttosto male (e questo è probabilmente il motivo più significativo per cui anche l’Ue nel suo complesso non sta bene). Le minacce maggiori alla sua coesione arrivano, al momento, dalla Gran Bretagna e dalla Grecia: il Regno Unito oscilla tra il restare e l’uscire, mentre la sua esistenza è minacciata dalle pulsioni separatiste degli scozzesi; in Grecia dall’inizio dell’anno è al potere un governo contemporaneamente di sinistra e di destra radicale, prigioniero di promesse elettorali irrazionali, che a causa della propria arroganza in breve tempo ha perso il credito politico di cui avrebbe urgente bisogno per salvare il paese dalla bancarotta.
Anche negli altri Stati membri in cui cresce lo spirito populista contro l’unità europea, è sempre il nazionalismo ad attirare i contemporanei apolitici. Tuttavia, si può capire che in tempo di crisi quasi automaticamente cresca nelle persone il sentimento di appartenenza nazionale. I cittadini europei si sentono minacciati nella loro esistenza dalle conseguenze della crisi, si preoccupano per il loro tenore di vita e hanno paura del futuro. Pensano di poter identificare il colpevole di quest’attacco alla loro identità al di fuori delle loro comunità e chiedono di tornare a quello che in passato presumibilmente ha offerto loro sicurezza, vale a dire la propria nazione.
Questi sono sentimenti politicamente facili da manipolare; sono strumentalizzati dalla sinistra e dalla destra. Ma sono stati d’animo che possono anche sfumare. In realtà, la storia dell’unificazione europea nel corso degli ultimi 65 anni ha ripetutamente sperimentato periodi di depressione politica che, come alcuni osservatori avevano previsto, non hanno segnato la fine del processo di integrazione. Anche questa volta è probabile che si rivelerà più forte il movimento storico che spinge verso un’unione sempre più stretta degli Stati nazionali europei, perché i benefici della politica di unificazione rimangono reali, anche se nell’Ue non sempre tutto funziona al meglio.
Lo studio di un noto istituto d’indagine americano (Pew Research Center), condotto in primavera in sei principali Paesi europei (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Polonia e Spagna) sembra confermare tale attesa. Il sentimento dell’opinione pubblica sulla politica europea s’illumina di nuovo: il 61% degli intervistati ha tuttora un’opinione favorevole verso l’Ue, mentre un paio di anni fa era solo il 52%. I valori più alti dipendono, come mostrano altri risultati dell’indagine, da una situazione economica in graduale miglioramento.
Tuttavia, una buona parte dei cittadini europei è ancora del parere che le condizioni economiche dei loro Paesi siano negative. Mentre in Germania i tre quarti degli intervistati ritiene che la situazione economica sia positiva e di conseguenza i due terzi ha un’opinione positiva dell’Ue, solo il 12% degli italiani intervistati ritiene che la situazione economica sia buona. Tuttavia, di loro, ben due terzi hanno un parere positivo dell’Ue, a dimostrazione del fatto che la valutazione positiva riguardo l’Unione non dipende solo dallo sviluppo economico.
È anche interessante notare che l’entusiasmo degli inglesi per un’uscita dall’Ue sia sceso sensibilmente dopo l’annuncio del primo ministro Cameron, due anni fa, di un referendum. A quel tempo la popolazione era divisa: il 46% era per l’uscita, il 46% contro di essa. Oggi, solo un terzo è per lasciare l’Unione europea, mentre il 55% preferirebbe continuare ad appartenere all’Ue.
In altre parole, non è ancora finita. Gli europei dovrebbero cercare di non lasciarsi sconvolgere dalle difficoltà e dalle crisi del processo di unificazione, ma piuttosto restare ancorati alla ragione, rifiutando il pessimismo.

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