L’Europa “à la carte” ” “superata dall’era globale

Si moltiplicano nell'Ue le forze e gli atteggiamenti disgregatori. Ma il mappamondo è abitato da giganti. E solo l'unione fa la forza

La Grecia si salverà dal baratro del default, evitando così di causare un contagio economico e finanziario stile domino in tutta l’Eurozona? Il Regno Unito cosa sceglierà quando sarà chiamato, nel 2017, al referendum per restare o meno nell’Ue? Francia e Spagna accoglieranno i profughi che la Commissione propone di redistribuire solidalmente in tutti i Paesi aderenti? Sono solo alcuni degli interrogativi che gravano, come una spada di Damocle, sul futuro dell’integrazione comunitaria. Certo, si tratta di questioni tra loro assai differenti, eppure c’è un denominatore comune: è la visione di una “Europa à la carte” che riemerge di tanto in tanto, secondo la quale ciascuno prende dell’Ue ciò che gli fa comodo, ciò che gli aggrada, ciò che gli interessa. Anche a scapito degli interessi altrui o, se si preferisce, del “bene comune europeo”.
Non passa giorno – specie da quando è venuto meno lo slancio post Muro di Berlino e dal palesarsi della crisi economica – che qualche governo nazionale non vanti una pretesa di parte, una clausola opt-out, chiamandosi fuori da un cammino politico che dovrebbe invece tendere all’unità, pur nel rispetto delle diversità. Vale appunto per la Grecia: il Paese ha davvero patito pesanti sofferenze causate dalla crisi del debito sovrano, dalla recessione, dalla disoccupazione dilagante. Atene chiede aiuto e soldi all’Ue, lamenta però la mano pesante della “troika” (Commissione, Bce, Fmi), infine pretende di restare nell’area della moneta unica senza rispettarne i criteri macroeconomici sui quali si basa la stabilità dell’euro. Se non emergesse in queste ore un accordo fra il governo Tsipras e i creditori, sarebbe messa a repentaglio addirittura la stabilità nazionale, mentre l’Europa subirebbe un ulteriore contraccolpo economico-politico difficile da riassorbire.
D’altro canto il neonato governo Cameron nel presentare le linee d’azione per i prossimi anni, annuncia, con la benedizione della Regina, il referendum per dire sì o no all’Europa. Salvo voler “rinegoziare” i criteri di permanenza dell’isola all’intero dell’Ue. Come se i Trattati comunitari, liberamente sottoscritti dagli Stati membri, potessero essere continuamente sottoposti a mercanteggiamenti. E senza contare che Londra già gode di diverse facilitazioni nel quadro dell’Unione, da un consistente (e difficilmente giustificabile) “sconto” sul bilancio fino a varie clausole opt-out.
Altri esempi? È presto detto. A Bruxelles si cerca di definire una politica comune per le migrazioni, da tutti invocata a parole, ma quando si parla di “quote” per la ripartizione dei migranti giunti dal Mediterraneo, si leva il no di Francia e Spagna, seguite a ruota da Slovacchia, Ungheria e altri Stati ancora. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione vieta la pena di morte? Ma il premier ungherese Viktor Orban afferma che di pena capitale intende continuare a ragionare, ritenendosi libero in tal senso. La Catalogna aspira all’indipendenza dal resto della Spagna? Allora avanza verso il secessionismo, pretendendo però di restare nell’Unione per continuare a ricevere gli ambiti finanziamenti comunitari.
I casi simili sono numerosi. Si potrebbero citare ancora quelli in cui si è deciso per le “geografie variabili”: si pensi alla stessa moneta unica, adottata finora da 19 dei 28 Stati membri; al Trattato di Schengen per la libera circolazione delle persone e dei lavoratori (uno dei principi-cardine della Comunità sin dai tempi della fondazione, negli anni ’50); ai passi indietro su taluni aspetti di Maastricht e dei trattati successivi, come nel caso della coesione sociale. Difficile in questo quadro costruire un vero mercato unico capace di reggere la concorrenza con i competitori del calibro di Usa, Cina, India o Giappone, oppure una difesa comune (anche perché non esiste una politica estera comune), un fisco con regole coordinate (per evitare concorrenza interna e dumping sociale), una Unione dell’energia, una solidale e responsabile risposta ai flussi migratori…
L’Unione europea è una originalissima e – va riconosciuto – imperfetta costruzione politica. Ha per compito di garantire pace e sviluppo mediante una rafforzata collaborazione economica che progressivamente crei una unità politica. Ma se ogni capitale continuerà a tirare il carro in direzione opposta agli altri, difficilmente si giungerà a un traguardo comune. Con la conseguenza di avere 28 modeste entità nazionali in un mappamondo che ha per protagonisti dei giganti.
L’unità fa la forza, si dice. E ciò appare tanto più vero nell’epoca della globalizzazione. L’Europa “à la carte” forse è fuori tempo massimo.

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