Segnali popolari” “tutti da decifrare

Dalle recenti prove elettorali in Europa sorgono interrogativi che bussano alle porte della politica ma chiamano in causa anche etica, cultura e fede

Qualcuno ha provato a ricondurre in una unità interpretativa i voti dei giorni scorsi in Spagna e Polonia, aggiungendo le recenti prove elettorali del Regno Unito, della Scozia, della Francia. Persino il referendum irlandese è finito nel macinacaffè. Del resto se si vogliono trovare elementi unificanti, in realtà questi non mancano: le urne hanno spiazzato le stesse opinioni pubbliche, i politici, i commentatori, le Chiese; gli esiti delle diverse votazioni inviano un segnale che lascia intendere una profonda ma non sempre coerente “voglia di cambiamento”; gli elettori manifestano per lo più una distanza dal “palazzo”, dai partiti tradizionali, dai governi in carica, dalle visioni antropologiche consolidate nei secoli.
Ma le specificità di ciascuna tornata elettorale si impongono quando si va più a fondo, analizzando caso per caso. Si possono sin da ora segnalare talune evidenti differenze, benché è chiaro che quanto sta accadendo in Europa meriterà ulteriori approfondimenti e costanti monitoraggi.
In Spagna, ad esempio, le elezioni regionali e municipali di domenica 24 maggio hanno assegnato un ottimo risultato ai movimenti nati dalle piazze e dal “no” all’austerità imposta dalla crisi, benché i due partiti maggiori, i Popolari e i Socialisti, rimangano gli assi portanti di ogni schieramento politico e di ogni maggioranza. I Popolari hanno pagato a caro prezzo un’azione risanatoria che sta dando buoni risultati, benché occorra tempo per rimediare a una disoccupazione che sfiora il 24%. Così i “vincitori”, Podemos e, in misura minore, Ciudadanos, sono ora chiamati alla prova del governo locale e al senso di responsabilità. Riusciranno a capitalizzare il favore popolare raccolto alle amministrative fino alle elezioni parlamentari del prossimo autunno? Sapranno ben amministrare la “cosa pubblica”? Perché protestare richiede intelligenza e coraggio, governare ne richiede di più.
Anche in Polonia si è votato domenica 24 maggio per il turno di ballottaggio delle presidenziali. Si è imposto di misura lo sfidante Duda, conservatore dai toni antieuropei, rispetto al presidente uscente, il liberal Komorowski. I cittadini hanno dunque segnalato la voglia di cambiare. Eppure l’economia funziona, la democrazia si è stabilizzata da tempo, i diritti sono tutelati, il Paese gode dei maggiori stanziamenti di bilancio da parte dell’Ue. Toccherà allo stesso Duda – e a tutte le altre forze politiche in campo – interpretare questa tendenza. Purché non ci si limiti al nazionalismo in chiave anti-russa e al “no” indiscriminato all’Europa, alla quale Varsavia deve oggettivamente dire qualche grazie. Diverso, sotto molteplici profili, il voto irlandese. Nell’isola verde i cittadini hanno detto sì a una modifica costituzionale che introduce per via referendaria – per la prima volta in Europa – il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E ciò nonostante l’impegno messo in campo dalle Chiese cattolica e protestante. Un esito che, in un Paese sempre ritenuto a maggioranza cattolica, ha fatto gridare alla “rivoluzione culturale”. Da parte ecclesiale è maturata una lettura schietta della realtà e delle sue trasformazioni sociali e culturali recenti, forse non abbastanza percepite nella loro portata, forse persino sottovalutate, comunque non comprese fino in fondo.
Altri spunti e interrogativi potrebbero giungere valutando quanto accade nella Grecia a rischio default, nel Regno Unito tentato dal “Brexit”, dalla prova elettorale che attende la Turchia il 7 giugno…
Se proprio si vuol trovare dunque un motivo unificante degli ultimi segnali “popolari” può collocarsi a questo livello: oggi il mondo cambia a velocità supersonica, la realtà viaggia al ritmo di un tweet o di una mail. Le solide costruzioni etiche del passato vengono messe a dura prova, spesso superate dai comportamenti individuali e sociali, dalla cronaca, dalle “mutazioni genetiche” epocali che ci passano accanto senza essere interpretate appieno. Si gioca con le bocce in movimento e ogni sede politica, ogni Chiesa, ogni istituzione, ogni famiglia, ogni scuola, ogni mass media è chiamato a restare al passo coi tempi. La politica non può però rinunciare alla solidità dei riferimenti valoriali, alla ricerca del consenso democratico. La Chiesa cattolica, per parte sua, deve restare fedele a una instancabile azione educativa, alla testimonianza solidale e agli insegnamenti controcorrente che arrivano dal Vangelo di Gesù.
Per tutti la strada è in salita, carica di interrogativi e ancora povera di risposte. Ma è la strada da percorrere con rinnovata sapienza e coraggio moltiplicato.

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