“Dialogo difficile ma necessario”

Il card. Tauran (Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso): i cristiani recuperino il senso identitario. E l'islam entri nella modernità

Card. Tauran

L’Europa di fronte al fenomeno di una radicalizzazione del messaggio islamico che fa presa soprattutto sui giovanissimi. Scossa nel profondo dagli attentati di Parigi e Copenaghen, dagli attentati sventati di Bruxelles. Sempre in allerta, sotto minaccia. Il terrorismo diffonde timori e, non di rado, sfiducia nelle religioni. È questo il contesto europeo su cui vescovi e delegati delle Conferenze episcopali europee per le relazioni con i musulmani si sono confrontati a Saint Maurice in Svizzera (13-15 maggio). Ai lavori, organizzati dal Ccee, hanno partecipato 35 rappresentanti di diversi Paesi, da Malta alla Gran Bretagna. Tutti impegnati da anni, in prima linea, a tracciare percorsi di dialogo con i fratelli e le sorelle dell’islam. Un lavoro oggi messo fortemente in discussione in un’Europa dove riecheggia la domanda: ma è ancora possibile il dialogo con l’islam? Maria Chiara Biagioni lo ha chiesto al cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso che ha preso parte ai lavori in Svizzera.

Eminenza, lei come risponde?
“Mi chiedono sempre: lei continua a dialogare, ma come fa quando ci sono questi fatti tragici compiuti dall’Isis? E io rispondo sempre: più è difficile, più è necessario il dialogo. Perché non c’è alternativa: o la guerra o il dialogo”.

Perché il fondamentalismo di matrice islamica ha presa sui giovani?
“Io penso che i musulmani siano molto fieri della loro religione mentre noi cristiani abbiamo bisogno di recuperare questo senso profondo della fede nella nostra vita. Penso che il dialogo interreligioso sia un’occasione per approfondire la propria fede, perché in fondo si comincia professando ciò in cui si crede. Non si può imbastire un dialogo sull’ambiguità. Devo dire al mio interlocutore musulmano: ecco, io sono cristiano, credo in Gesù e vivo in conseguenza di questo. E l’indomani l’altro dovrà fare la stessa cosa. Per me il dialogo interreligioso è il rimedio al sincretismo”.

Sta dicendo che i giovani radicalizzati sono andati verso l’islam estremo perché i cristiani non sono stati in grado di accogliere la loro richiesta di senso?
“Sì. Mi ricordo di aver visto in una stazione in Francia due giovani che discutevano. Uno era maghrebino, musulmano. Ricordo che aveva occhi di fuoco, una fede e un dinamismo straordinario. L’altro era francese e quando il musulmano gli ha chiesto come fosse possibile per un cristiano credere in un Dio che può avere un figlio e che questo figlio è un uomo, l’altro è stato incapace di rispondere. È stato ovviamente un flash che però indica l’urgenza – messa in evidenza dal grande magistero di Benedetto XVI – di insegnare il contenuto della fede, perché la fede non è un’emozione e Gesù non è un mito. Gesù è vissuto in un periodo della storia e in un preciso angolo della terra. E ha parlato”.

E l’Islam, quali passi deve compiere per vincere la sfida della radicalizzazione?
“L’islam deve entrare nella modernità. Penso che ci siano giovani imam in Europa che sono consapevoli della necessità di questo processo. La chiave di volta si trova nella scuola e nell’università che svolgono un ruolo fondamentale per dare a tutti gli strumenti necessari, altrimenti saremo sempre sotto l’influenza di questi barbari che non rappresentano l’islam e snaturano la religione. Alcuni oggi arrivano addirittura a pensare che religione è uguale a guerra. E questa è una grande umiliazione per i musulmani. Noi condividiamo la loro sofferenza perché vedere la propria religione così vilipesa è terribile”.

Quindi si tratta di vincere la sfida del terrorismo anche con la cultura?
“In fondo la grande crisi del mondo di oggi è una crisi della cultura: siamo stati incapaci di trasmettere i valori e quindi abbiamo giovani che sono eredi senza eredità e costruttori senza modelli. Abbiamo il dovere di trasmettere loro il grande patrimonio artistico, letterario, scientifico dell’umanità”.

Il terrorismo è entrato in Europa. Alla gente che ha paura, cosa si sente di dire?
“Prima di tutto direi di non cedere alla paura perché è proprio ciò che vogliono i terroristi. Dobbiamo essere uniti e dare testimonianza di fede, personale e comunitaria, in modo che vedano che i cristiani e i musulmani sono coerenti in ciò che credono. Il bene è sempre contagioso”.

In conclusione, quali sfide si sente di delineare per i credenti in Europa?
“La sfida dell’identità: dobbiamo avere la consapevolezza del contenuto della fede. La sfida dell’alterità: cioè l’altro, anche se diverso da me, non è necessariamente un nemico o un concorrente, ma un fratello e una sorella, che come me è pellegrino verso Dio. E infine la sfida del pluralismo che significa accettare che Dio è al lavoro in ogni essere umano. In fondo si tratta di accettare che Dio è un partner molto più potente di noi”.

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