Migrazioni, solidarietà” “e compiti degli Stati

L'Unione europea non è capace di rispondere ai flussi migratori? Le responsabilità vanno cercate anzitutto nelle scelte dei governi nazionali

L’immagine dell’Unione europea è stata oscurata negli ultimi mesi dalla incapacità dei capi di Stato e di governo degli Stati membri di trovare una valida risposta comune alle tragedie che da qualche tempo si verificano quasi regolarmente nel Mar Mediterraneo, dove centinaia di persone provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa annegano in un disperato tentativo di raggiungere le coste europee, nella speranza di riuscire a costruire lì un’esistenza nuova, migliore, pacifica. Essi sono in fuga da guerre e violenze, dalla fame e dalla miseria sociale.
È comprensibile che lo spettatore inerme e impotente, in Europa come altrove, provi a far fronte al proprio orrore per la tragedia dei profughi e l’elevato numero di vittime cercando il “colpevole”. Lo si trova persino troppo in fretta. Dal momento che non si vuole perseguire la causa immediata dell’esodo di massa verso l’Europa, cioè i signori della guerra, che evidentemente sono considerati come anonimi esecutori di forze della natura che si scatenano nelle guerre civili arabe e musulmane, solo l’Unione europea può essere il colpevole. L’Ue è particolarmente adatta a questo ruolo. I populisti di destra e di sinistra la tirano sempre in ballo come la causa di tutti i disastri possibili, per le crisi economiche e sociali e per tutti gli altri grossi problemi difficili da risolvere.
L’Unione europea – o, come spesso avviene con una generosa generalizzazione, l’Europa – è stata accusata di non fare abbastanza per il salvataggio dei naufraghi, e di non avere alcuna politica che offra ai sopravvissuti una patria nuova e sicura. Le persone che cercano un posto dove stare e un lavoro sono state respinte oppure sono stati posti sul loro cammino ostacoli burocratici e di altro genere. E tutti gli sforzi dei responsabili all’interno delle istituzioni e dei governi di fare qualcosa per migliorare la situazione dei profughi è tacciata come risposta inadeguata e fallimento dell’Unione europea.
Questa critica non è ovviamente infondata. Ma l’orrore per le tragedie in corso non è di per sé un buon consigliere e da esso non arrivano risposte alla domanda su cosa fare e come farlo. Né è particolarmente utile l’indignazione per la mancanza o l’inadeguatezza delle soluzioni. Criticare l’incapacità, le omissioni e l’inerzia dell’Unione europea non corrisponde alla realtà dei fatti nella misura in cui essa non può essere ritenuta responsabile di circostanze sulle quali non ha potere. Sono i governi degli Stati membri che fino a ora hanno sistematicamente negato la possibilità che l’Unione europea svolga il suo ruolo in materia d’immigrazione, asilo e assistenza dei rifugiati e faccia ciò che è necessario.
Mettendo l’Unione europea sul banco degli imputati, sollevano dalle loro responsabilità i governi degli Stati membri la cui colpa è da una parte di privare l’Ue delle competenze e degli strumenti necessari per un’azione comune europea, e dall’altra di rifiutare di assumersi la responsabilità e adoperarsi in modo adeguato. Non vogliono sottomettersi a una politica comune sulle delicate questioni in gioco temendo che poi il loro interesse nazionale non sia più sufficientemente preso in considerazione, anche se per lo più qui si tratta della paura di perdere l’approvazione degli elettori a motivo di una politica impopolare.
La domanda su come l’Unione europea o i Paesi membri dovrebbero e potrebbero affrontare politicamente l’ondata di migranti provenienti dal sud e dal sud-est, alla fine non riguarda solo il salvare dall’annegamento persone disperate, ma anche come accogliere e integrare socialmente quei disperati che, tra l’altro, non arrivano solo attraverso il mare, ma in gran numero anche attraverso le strade dell’Europa orientale e meridionale. In rapporto ai costi per il salvataggio dei naufraghi si tratta di un compito molto più grande che implica costi materiali e sociali significativamente più alti, a cui partecipano purtroppo solo pochi dei 28 Stati membri dell’Ue.
Si tratta di un compito per il futuro che non può essere gestito solo con sforzi sovranazionali e che non si riuscirà a risolvere nel prossimo periodo. Noi europei, volenti o nolenti, dobbiamo prepararci al fatto che, a motivo dell’avanzante globalizzazione e delle tendenze demografiche asimmetriche in Africa e in Europa – come già era avvenuto con la Grande migrazione nella tarda antichità -, si verificano periodicamente ondate migratorie, attraverso le quali il profilo etnico e culturale dell’Europa cambierà sempre più. A ciò si devono preparare l’Europa, l’Unione europea, gli Stati membri e soprattutto i loro cittadini. Verrà loro richiesta una molto maggiore misura di umanità, solidarietà e responsabilità di quanto avvenga oggi.
Ora la Commissione Juncker ha proposto un’azione globale sulla migrazione. Ecco quindi un nuovo banco di prova per l’azione comune e responsabile degli Stati Ue su questo fronte.

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