Religioni e Ue aiutano a sperare

A Belgrado i rappresentanti di 12 Paesi si sono confrontati su "dialogo sociale", riconciliazione, sviluppo. Il valore della visita di Bergoglio" "

“La nostra transizione dura da 25 anni. Speravamo di ripartire”, dopo la caduta del comunismo, “nell’arco di 10-15 anni. Invece lo sviluppo economico non è arrivato, né il lavoro né maggiori redditi. Tirando le somme, oggi siamo nel momento più difficile. Per questo speriamo nel consolidarsi della prospettiva europea”. Srdja Kekovic è presidente del sindacato Usscg, in Montenegro. Racconta, senza remore, le difficoltà del suo Paese; parla di una più ampia “attesa” dei Balcani verso la “riconciliazione”. E l’Ue entra nell’orizzonte di un futuro migliore. Da Belgrado, dove è giunto per partecipare al seminario internazionale sul dialogo sociale, esprime la speranza di una cooperazione tra il mondo sindacale europeo: “Se il dialogo ecumenico vale per le chiese – osserva – dovrebbe valere anche nel mondo del lavoro”.

Democrazia, lavoro, religioni. Kekovic ha preso parte al seminario promosso nella capitale serba dal 17 al 19 aprile dal Movimento cristiano lavoratori. Tre giorni intensi, per discutere di democrazia partecipativa, di diritti dei lavoratori, di recessione e di ripresa, di dialogo: il tutto nel contesto balcanico, segnato nella storia recente da profonde lacerazioni, da guerre feroci, da lotte intestine agli Stati. Le stesse presenze religiose – soprattutto cattolica, ortodossa e islamica – sono risultate parte di queste vicende, a volte nel bene altre nel male. Lo riconoscono pressoché tutti i presenti, che però indicano proprio nelle fedi religiose e nell’aggancio all’Unione europea le più solide speranze per il futuro della regione. Un concetto ripreso da Carlo Costalli, presidente di Mcl: “La mediazione e il ruolo dell’Ue appaiono fondamentali per il futuro dei Balcani occidentali”. Costalli sottolinea il compito storico – per la pace e lo sviluppo – giocato sin dagli albori della Comunità, “senza per questo tacerne i limiti che sono stati più volte denunciati”. Un ruolo, quello dell’Ue verso i Balcani, “ancora più importante oggi dinanzi alla crescente influenza destabilizzante della Russia”.

La crisi e le riforme. A Belgrado una delegazione dei partecipanti al seminario, provenienti da 12 Paesi, è stata ricevuta da mons. Stanislav Hoèevar, sloveno di origine, dal 2001 arcivescovo di Belgrado. “Sono convinto che il dialogo sia la via per il futuro di questo Paese e dei Balcani”; “noi qui dobbiamo imparare a fare i conti con la storia e a dare di essa una interpretazione più piena. Basti pensare al tema della riconciliazione…”. Sollecitato a una analisi della situazione sociale ed ecclesiale serba, il vescovo si esprime con chiarezza e altrettanta prudenza. “La realtà economica è davvero molto difficile da noi – afferma-. Se la crisi ha portato problemi occupazionali e sociali in occidente, qui è stata altrettanto pesante”. La disoccupazione è sopra al 20% circa, “e per i giovani la realtà è persino più pesante”. “Occorre considerare che da noi il vero sviluppo è cominciato solo dopo la caduta di Milosevic”, ossia dal 2000. Hoèevar chiarisce: “Questo tempo di transizione è complesso per noi. Il governo è intervenuto per realizzare alcune importanti riforme, ma questo ha intaccato la vita dei cittadini, ad esempio abbassando le pensioni. Si tratta però di riforme necessarie” per rilanciare l’economia e avvicinare la Serbia all’Ue. Mons. Hoèevar ricorda che la Serbia si misura con una doppia tensione: “Da una parte si guarda ancora Mosca”, per ragioni storiche, ma anche religiose (la stragrande maggioranza della popolazione è ortodossa). “Ma dall’altra parte credo che cresca il sentimento a favore dell’adesione” all’Europa comunitaria.

La visita del Papa. Le testimonianze dalle varie realtà nazionali lasciano intravvedere come in questa “porta dell’Europa”, tra oriente e occidente, gli ostacoli allo sviluppo economico e sociale vadano di pari passo con la necessità di una pace duratura. Si confrontano varie esperienze: Kresimir Sever, dalla Croazia; Bilbil Kasmi, musulmano, dall’Albania (che mette piede in Serbia per la prima volta); Fritz Neugebauer, austriaco; mons. Cesare Lodeserto dalla Moldavia; Branislav Canak, serbo; Rumen Valchev dalla Bulgaria. Si comprende come siano ad esempio ancora vive le tensioni tra serbi e croati; la Bosnia-Erzegovina attende ancora una pacificazione promessa tante volte; e poi ci sono i rapporti tutt’altro che idilliaci tra Serbia, Kosovo e Albania e quelli tra Macedonia e Grecia… Così di dialogo, coraggio, realismo, ma anche di ottimismo, parla don Franjio Topic, presidente di Napredak (Sarajevo), intellettuale di fama internazionale che ha portato la voce della Bosnia al seminario sul dialogo sociale. “La nostra realtà è complessa – afferma -, con tre gruppi etnici principali e tre grandi religioni, ortodossa, islamica e cattolica. Siamo tre mondi che devono stare insieme”. Il sacerdote puntualizza: “Non ci può essere pace in Europa se non ci sarà pace in Bosnia-Erzegovina”. Dunque una realtà nazionale “laboratorio di integrazione” e al contempo “una situazione difficile, segnata dalla guerra e dalla frammentazione politica”. Topic spiega che “in Bosnia cresce l’attesa per la visita di Papa Francesco”; al contempo insiste “sul valore dell’identità”, anche religiosa, perché “chi è sicuro della propria identità non ha paura del dialogo” e può farsi promotore di pace.

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