“È un problema europeo”

Mentre si continua a combattere e a morire nelle regioni di confine con la Russia, emerge la crescente preoccupazione polacca

“La Federazione Russa è il primo Paese dal 1945 a violare in modo manifesto tutti i trattati e gli accordi internazionali sottoscritti: con l’annessione della Crimea ha determinato il cambiamento delle frontiere in Europa. Questo costituisce una minaccia non solo per l’Ucraina, ma per tutti”. L’aggravarsi della situazione nell’Europa orientale è analizzato da Eugeniusz Smolar, polacco, esperto di relazioni internazionali, intervistato per Sir Europa da Anna Kowalewska. Giornalista, attivista dell’opposizione in Polonia ai tempi del regime comunista, direttore della sezione polacca della Bbc World Service, per molti anni Smolar è stato presidente dell’Istituto delle relazioni internazionali a Varsavia e consigliere del ministero degli Affari esteri.

Il numero crescente di vittime, la maggior parte civili, degli scontri in Ucraina preoccupa Varsavia. Come valuta la situazione dei vostri vicini di casa?
“La Polonia, che confina sia con l’Ucraina sia con la Federazione Russa, considera quello che è avvenuto una minaccia diretta per la propria sicurezza, per la sicurezza di altri Paesi della regione e per l’intera Europa. La Polonia è impegnata particolarmente come ambasciatore dell’Ucraina presso l’Ue, ma stiamo facendo lo stesso nei confronti di altri Paesi della nostra regione. Come dimostra la nostra stessa presenza nell’Unione europea, la ‘casa comune’ aiuta lo sviluppo economico, quello culturale, e rinforza la sicurezza dei Paesi membri. Un tempo la Germania si impegnò con decisione a favore dell’adesione della Polonia all’Ue e alla Nato perché voleva avere come vicino un Paese amico, benestante, in grado di rispettare i principi democratici e quelli del libero mercato. Lo fece anche per rinforzare la propria sicurezza. La stessa logica guida oggi la Polonia nei confronti dell’Ucraina, della Bielorussia o di altri Paesi dell’area. Anche noi vogliamo come vicini dei Paesi stabili e prevedibili politicamente, e questo nostro auspicio non va contro la Russia”.

La questione Ucraina è quindi una questione di sicurezza europea?
“Certo, e per ragioni di principio. L’Ucraina è un Paese indipendente e sovrano riconosciuto da tutti i trattati internazionali, dall’Onu, e dal Trattato di Helsinki del 1995 sottoscritto da Mosca, che riconosce tutte le frontiere in Europa e impegna i Paesi a non intraprendere azioni di qualsiasi tipo, dirette o indirette e specialmente con uso delle forze armate, volte al cambiamento di quelle frontiere. Conformemente ai trattati e agli accordi sottoscritti anche dalla Federazione Russa, ogni Paese ha il diritto di scegliere la propria via di sviluppo. Nessuno può ingerire nelle scelte altrui”.

Lei sostiene che ogni Paese ha il diritto di scegliere la via del proprio futuro. Ma c’è stato il referendum in Crimea; poi il referendum nella regione di Donetsk. I risultati avvalorano la tesi, sostenuta da Mosca, che le popolazioni di quei territori desiderano essere indipendenti da Kiev…
“I referendum in Crimea e nella regione di Donetsk svoltisi sotto minaccia delle armi da nessuno possono essere riconosciuti come democratici e quindi validi”.

Le sanzioni economiche da parte dell’Ue nei confronti della Russia non sembrano per ora portare a un miglioramento della situazione. Anzi, pesano sulle rispettive economia, russa e comunitaria. Non bisognerebbe adottare una politica diversa?
“Le sanzioni sono solo un elemento della politica, non vanno considerate come l’unico mezzo. Hanno già portato degli effetti che saranno ancora più incisivi nel futuro. I leader russi lo sanno benissimo vista la situazione economica della Russia, quella del rublo, le possibilità sempre più limitate di finanziare un ulteriore sviluppo e vista la sempre meno sicura stabilità sociale all’interno della Federazione Russa. Quello però che ha un valore incommensurabilmente più grande è l’attuale unità europea. La diplomazia russa, operando ancora secondo gli schemi che risalgono ai tempi dell’Unione sovietica, cerca oggi di minare quell’unità. I fatti che siamo in grado di valutare oggi, e le richieste formulate dai leader della Federazione Russa, testimoniano un tentativo di sfaldamento dell’unità europea tramite l’individuazione (conformemente alla tradizione sovietica) di alcune capitali pronte a collaborare anche in violazione dei principi fondanti di coesistenza internazionale. Non meno grave è il tentativo di portare gli Stati Uniti lontani dalle posizioni dell’Europa, e quindi di rompere il rapporto di collaborazione transatlantica. Tali obiettivi, formulati oggi espressamente da leader della Federazione Russa, non sono condivisibili”.

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