La strada della Turchia” “e quella dell’Europa

Si moltiplicano nel Paese forme repressive e autoritarie, a danno dei diritti fondamentali. Così l'ingresso nell'Ue si allontana ancora di più

La repressione contro le voci libere continua… E mentre tiene il suo Paese sotto continue minacce e atti repressivi, il presidente Recep Tayyip Erdogan consegna un’arma in più a chi – e sono molti, sempre di più – non vuole la Turchia nel consesso europeo.
I fatti dei giorni scorsi sono noti e hanno fatto il giro del mondo La polizia ha infatti effettuato una serie di arresti nell’ambito di un’operazione lanciata contro esponenti politici e giornalisti legati a Fethullah Gulen, oppositore del premier Erdogan. Il blitz in 13 città ha portato in carcere una trentina di persone, mentre in totale sarebbero stati spiccati 32 mandati. Tra gli arrestati: Ekrem Dumanli, direttore del quotidiano “Zaman”, uno dei più importanti nel Paese; Hidayet Karaca, che guida il network televisivo “Samanyolu Media Group”. Nomi importanti per i media turchi. In modo particolare, il fermo di Dumanli rischia di rivelarsi un clamoroso boomerang. Prima del suo arresto, infatti, davanti alla sede del quotidiano, a Istanbul, si erano radunate circa 500 persone con cartelli che recavano la scritta: “Giù le mani dalla libertà di stampa”.
Fin qui la cronaca, cui sono seguite le condanne di Unione europea e Stati Uniti. Quanto avvenuto va “contro i valori europei e gli standard a cui la Turchia aspira di fare parte”, si legge nella nota immediatamente diffusa dall’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Federica Mogherini, e dal Commissario alla politica di vicinato, Johannes Hahn. Il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, si è invece detto “scioccato” dai fatti recenti e l’assemblea, riunita questa settimana a Strasburgo (15-18 dicembre) ha fissato un dibattito d’urgenza e voterà una risoluzione nel mese di gennaio.
“La libertà di stampa, processi giusti e un sistema giudiziario indipendente – ha invocato dal canto suo Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato Usa – sono elementi chiave in ogni democrazia. Come alleati e amici della Turchia, chiediamo alle autorità turche di assicurare che le loro azioni non violino questi valori essenziali e le fondamenta democratiche del Paese”.
Nel frattempo i dubbi sui negoziati Ue con Ankara si infittiscono nelle sedi comunitarie, anche perché episodi simili si susseguono da mesi e mesi, le repressioni si moltiplicano, il rispetto dei diritti fondamentali (da quelli delle minoranze a quelli delle donne, fino alla piena libertà religiosa) è latitante. Neppure si sbloccano i rapporti con Cipro (occupazione militare turca di metà dell’isola); quelli con la Grecia restano ai livelli di guardia.
La Turchia sembra al momento risucchiata in un’altra epoca, con Erdogan nella parte del potere che tende a isolarsi, a premiare chi è fedele, a diffidare delle altre istituzioni del Paese, di tutte le voci libere e persino delle più innocue manifestazioni popolari.
Il grande Paese a cavallo tra Oriente e Occidente deve al più presto e decisamente cambiare rotta – si dice in queste ore a Strasburgo. Per non seguire quel trend preoccupante che va sempre più emergendo in tutta l’area mediorientale, si potrebbe aggiungere. Basti pensare a quanto sta avvenendo in Egitto con la giunta di Al Sisi che arresta giornalisti, condanna a morte oppositori, spia circoli progressisti. Oppure in Iraq con l’offensiva Isis. Senza dimenticare la Siria e altri Paesi in cui la “primavera araba” sembra già archiviata… Che Erdogan stia sfruttando tutte queste situazioni per consolidare il proprio potere, mortificando la democrazia e regolando i conti con gli oppositori? Del resto la reazione dello stesso Erdogan ai richiami internazionali è stata dura e oltremodo preoccupante: “L’Unione europea non può interferire” rispetto a misure assunte “in un quadro legale, contro elementi che minacciano la nostra sicurezza nazionale”, ha detto. Per poi aggiungere: “Mi domando se quelli che tengono la Turchia sulla porta dell’Unione da cinquant’anni sanno davvero cosa rappresentano le misure prese”.
Il Paese rischia una svolta autoritaria: questa rimane l’impressione internazionale, pur nel rispetto della sovranità di ogni Stato. Ma se si intende far parte della “casa comune” non si possono pretendere sconti sui diritti e sulle libertà, garantite fra l’altro dai Trattati Ue e dalla Carta dei diritti fondamentali.
Proprio per non giungere a questa deriva, è importante, ora più che mai, il ruolo dell’Unione europea. La quale deve ricordare con convinzione e fermezza che la strada verso il futuro passa non dalla repressione, ma dalla garanzia delle libertà. Quella della stampa compresa.

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