La donazione di gameti” “non convince le italiane

Si sbaglia chi evoca una generale mancanza di "cultura del dono". Le statistiche europee dicono il contrario. Quindi il problema sta altrove: forse, nel profondo, una donna consapevole della propria dimensione strutturale di "maternità" tende a custodire gelosamente ciò che considera parte della propria identità intima e non un semplice "reperto biologico"

Solidarietà e compartecipazione al bene comune sono di certo elementi rivelatori della maturità e coesione di un popolo. Perciò, quella che in termini antropologico-culturali potremmo genericamente indicare come "cultura del dono" rappresenta una delle più significative qualità sociali che ogni nazione con un buon grado di civiltà dovrebbe orgogliosamente promuovere e custodire come valore, sforzandosi di tradurla in iniziative operative a sostegno dei bisogni sociali emergenti. Per contro, la mancanza o la scarsa implementazione di questa propensione civica dovrebbe far preoccupare, e non poco, un popolo che in questo modo mostrerebbe di preferire alla solidarietà altruistica un’attitudine pericolosamente individualistica, piano inclinato e scivoloso verso una progressiva disgregazione sociale. Dunque, additare un gruppo sociale o un intero popolo come sostanzialmente insensibile ad una "cultura del dono" significa formulare un’accusa grave ed allarmante, soprattutto per le potenziali conseguenze sociali che ne potrebbero derivare.
Questa lunga premessa è giustificata dal fatto che in queste settimane è proprio l’Italia ad essere chiamata al banco degli imputati per rispondere di questa "infamante accusa", quella di essere una nazione dove manca una vera "cultura del dono". E quale causa genera questa indignata denuncia? Non si soccorrono gli indigenti? Non si curano i malati? Non si accolgono gli immigrati? No. Il motivo è che, dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 9 aprile 2014, n. 162, che ha aperto le porte alla fecondazione eterologa nel nostro Paese, si riscontra l’assenza quasi totale di donazioni gratuite di gameti (soprattutto ovociti, ma anche spermatozoi), con la conseguente impossibilità di rispondere alle tante richieste di coppie sterili che attendono di potere avere un figlio con queste procedure, a meno di ricorrere a donatori esteri (ma a pagamento, fino a 2000 euro ad ovulo!).
"In Italia – ha pubblicamente dichiarato qualche giorno fa Laura Rienzi, presidente della ‘Società italiana embriologia riproduzione e ricerca’ – manca completamente la cultura della donazione perché nessuno ha mai chiesto ai giovani di donare il proprio seme o ovocita. Prima di tutto bisognerà lavorare su questo". Di fronte a questa ‘lacuna’ di solidarietà, qualcuno ha prontamente reagito in maniera pragmatica (e anche un po’cinica) proponendo come unica soluzione realistica la legalizzazione della compravendita dei gameti, cosa già in atto in altri Paesi, anche europei. Così, ad esempio, Guido Pennings, docente di etica alla Ghent University del Belgio: "L’altruismo è il fattore più importante nella donazione di ovociti, ma il compenso finanziario è una ragione convincente". Ma una simile prospettiva, quasi provocatoria, ha subito fatto indignare gli evocatori della ‘cultura del dono’, del resto confortati da quanto si legge nelle Linee-guida sul tema recentemente emanate dalla Conferenza delle Regioni , "la donazione di cellule riproduttive da utilizzare nell’ambito delle tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo è atto volontario, altruista, gratuito, interessato solo al ‘bene della salute riproduttiva’ di un’altra coppia. Non potrà esistere una retribuzione economica per i donatori/donatrici, né potrà essere richiesto alla ricevente contributo alcuno per i gameti ricevuti".
Ma è proprio così? È proprio vero che gli italiani, e in particolare le italiane, sono talmente insensibili ai bisogni altrui da negare un tale gesto di solidarietà gratuita? Non sarà un po’ azzardato scomodare la mancanza di una ‘cultura del dono’ per giustificare questa resistenza a donare gameti? E sì, perché se ci si sposta su altri fronti, i dati statistici lasciano qualche perplessità in merito. Ad esempio, guardando alla donazione di organi – l’ambito più prossimo a quello della donazione dei gameti – l’Italia nel 2013 ha raggiunto una media di ben 22,2 donatori per milione di popolazione (dati Aido), a fronte di una media europea di 16,9. Più generosi di noi solo Spagna e Francia. Non male per gente senza ‘cultura del dono’! E che dire della donazione di midollo osseo (procedura invasiva e non esente da rischi sanitari)? In Italia ben 427 donatori iscritti per 1000 abitanti (dati Istat 2013), i primi in Europa! Ma allora, quando ne vale la pena – salvare la vita altrui o soccorrere chi ha un livello di salute altamente compromesso – i cittadini del Bel Paese sanno ancora mettersi in gioco con generosità e solidarietà, ben radicati in una fattiva ‘cultura del dono’!
Non sarà dunque, più semplicemente, che è proprio la donazione dei gameti in sé (in particolare degli ovociti) a non convincere abbastanza la maggioranza degli italiani? Probabilmente per una donna, sottoporsi ad una pesante stimolazione ovarica con monitoraggio e recupero degli ovociti, con considerevoli disagi e rischi, sapendo per di più di dover rimanere una donatrice anonima (sia verso la coppia ricevente, sia verso chi verrà generato da quei gameti), non è giustificato a sufficienza dal fine dell’eterologa. O forse, più profondamente, una donna consapevole della propria dimensione strutturale di "maternità" tende a custodire gelosamente ciò che considera parte della propria identità intima e non un semplice "reperto biologico". Perché donare se stessi, non le cose che possediamo, richiede sempre una causa adeguata, di pari dignità valoriale. Questa è la vera ‘cultura del dono’, che Dio ce la conservi!

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