Fatto il Jobs act” “facciamo il lavoro

Fatto il Jobs act, bisogna fare il lavoro. Facile no? Difficilissimo in un Paese ultraingessato e impaurito. Sempre insidiato dal conflitto sociale e dalle spinte corporative. Perennemente in bilico fra i meriti millantati e le ruberie di Palazzo.È indiscutibile che, come ogni riforma, anche questa abbia bisogno di tempo per dispiegare i suoi effetti. Dunque, è giusto non mettersi lì a spaccare il capello in due. Se il Jobs act incrocerà, come tutti speriamo, una ripresa (anche solo una ripresina) dell’economia europea e una rinnovata fiducia degli imprenditori italiani, allora forse ritroveremo il segno positivo nella casella dell’occupazione. Sia nel settore pubblico sia in quello privato. Perché nel pubblico (in particolare nei servizi) c’è un bisogno disperato di trasformazione e semplificazione. E nel privato ci vuole una robusta innovazione di prodotto. Tutte realizzabili, nel pubblico come nel privato, solo dalle più giovani e fresche energie del Paese.Un solo esempio. Investire sulla banda larga e poi non avere al desk chi la sappia utilizzare nel mondo globalizzato per realizzare nuovi prodotti (anche immateriali) e accumulare profitti (sino a ieri impensabili), vuol dire rassegnarsi alla seconda terza fila, se tutto va bene. Giocare in prima squadra significa aver imparato la lezione di Google e di Facebook… per i quali si muovono i governi a limitarne le strategie internazionali di espansione.Ma poi significa anche ricordarsi chi siamo e non lasciare che nessuna briciola di lavoro vada perduta, vedi l’assoluta necessità di inventarsi e di rinnovare il lavoro attraverso l’apprendistato.Basterà? Non lo sappiamo. Ma provarci è necessario per non piangere sul lavoro che fu… P.S. Addio articolo 18. Rimpiangerlo è un lusso che non possiamo più permetterci.

Altri articoli in Archivio

Archivio

Informativa sulla Privacy