Prima guerra mondiale: ” “uno scacco per i cristiani

Il nazionalismo di inizio '900, condiviso da moltissimi ambienti cattolici e protestanti, fu all'origine del conflitto. I rischi di oggi...

L’anno 2014 ricorda il centenario dell’inizio della prima guerra mondiale, celebrato in varie occasioni in tutta Europa. D’altra parte anche nel mondo cattolico non si pensa sufficientemente a rendere omaggio all’enciclica di papa Benedetto XV, “Ad Beatissimi Apostolorum”, del 1° novembre 1914. Eppure questo testo sottolineava bene la posta in gioco per i cristiani, cioè un fallimento terribile che tendeva a negare ciò che rappresenta il Vangelo per l’umanità. Questa guerra che opponeva nazioni cristiane si annunciava come una strage spaventosa.
Da anni, le nazioni europee si preparavano ad affrontare un conflitto: preparazione psicologica attraverso una propaganda sistematica contro la nazione vicina, definita come il “nemico”, e attraverso la scuola che doveva formare i futuri soldati e le future madri, spose e sorelle di soldati; preparazione economica e militare per tendere tutti gli sforzi verso la guerra. Dopo l’attentato di Sarajevo, il processo che portò alla guerra in poche settimane fu irreversibile. L’Europa sentì poche parole di pace, e tante parole belliciste e di odio. Gli uomini di pace furono isolati, esclusi, anche assassinati, come in Francia il socialista Jean Jaurès. Nel suo ultimo discorso pronunciato il 25 luglio 1914, denunciò le responsabilità di tutti gli Stati, anche della Francia, e l’abominio che sarebbe stata la guerra moderna. E persino l’internazionalismo socialista fu tenuto in scacco.
Ma la dimensione fraterna al di là delle nazioni tipica del cristianesimo fu pure tenuta in scacco. L’enciclica del novembre 1914, gli appelli pontifici alla pace ripetuti durante tutto il conflitto, come gli sforzi diplomatici della Santa Sede non furono accolti dai cattolici che avevano aderito in massa alle “unioni sacre” e allo sforzo di guerra generale. La stessa osservazione può essere fatta per i protestanti: l’arcivescovo luterano di Uppsala, Nathan Söderblom, che lanciò un grande grido per la pace nel dicembre 1917, non fu ascoltato nel mondo della riforma.
Lo spirito nazionalista fu più forte del Vangelo. In tutti i Paesi belligeranti, i cristiani intendevano dimostrare di essere “buoni cittadini”, veri patrioti, e rispondere col sangue sparso alle accuse portate dai militanti laicisti. In Francia, i religiosi spogliati e cacciati dal Paese nel 1903, tornarono in massa per portare le armi. La “grande guerra” non fu soltanto uno scontro imperialistico, ma anche in un certo modo, una guerra religiosa, perché le religioni cristiane sono state mobilitate al servizio della guerra, per la benedizione delle armi come per sostenere il morale delle truppe mandate verso una “inutile strage” secondo l’espressione del Papa. Fino alla fine, fino all’11 novembre 1918, le voci che hanno chiamato alla pace restarono inascoltate.
Il problema è che al momento della preparazione dei trattati di pace, hanno poi prevalso ancora i principi di vendetta: umiliazione dei vinti, loro denuncia come responsabili della guerra, definizione di riparazioni a un livello tale affinché restassero a lungo nella miseria (“la Germania pagherà”, si diceva), smantellamento degli imperi multinazionali dove i popoli vivevano insieme a favore di nuovi Stati dai nazionalismi inaspriti. La pace di Clémenceau fu una pace disastrosa che doveva mantenere rancori, odi e paure dell’altro. Un nuovo scacco per i cristiani: la voce di Benedetto XV che denunciò una pace fondata “su una foresta di baionette” ancora una volta non fu ascoltata. Eppure, poco a poco, con la presa di coscienza del disastro umano e materiale che fu la guerra, voci nuove si sono alzate, sostenute dal magistero di papa Pio XI, che fece dell’impegno per la pace una priorità del suo pontificato, nel distinguere l’amore che si deve alla propria patria, valore positivo, dal nazionalismo distruttore. Poco a poco, in diversi Paesi, alcuni cristiani hanno effettuato una lettura del Vangelo come portatore di un’altra visione delle relazioni internazionali: l’amore per il prossimo si doveva estendere anche ai popoli.
Ma è stato necessario purtroppo vivere un altro dramma spaventoso, la seconda guerra mondiale – di nuovo la spirale dei nazionalismi e degli odi -, affinché uomini di Stato cristiani potessero far emergere un’altra visione dell’Europa, fondata sulla riconciliazione e soprattutto sulla identificazione di un destino comune. La vera pace non sarebbe stata più basata su trattati di pace sempre fragili e dipendenti dalla buona volontà dei governi, ma su solidarietà nuove. Si sarebbe trattato di mettere in comune il carbone e l’acciaio, questi prodotti che costituiscono la base degli armamenti. Sarebbe nata la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (1951), inizio di un nuovo cammino europeo. “L’Europa non è stata fatta, abbiamo avuto la guerra”, dichiarò Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, il 9 maggio 1950. E l’11 novembre scorso, i vescovi europei in pellegrinaggio a Verdun, hanno dichiarato: “Se all’alba del Novecento, i destini delle nazioni in Europa fossero stati condivisi, la prima guerra mondiale non avrebbe avuto luogo”.
Tale affermazione sottolinea la responsabilità dei cristiani e la loro necessaria vigilanza di fronte alle passioni nazionalistiche.
 

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