Lo Stato islamico” “continua ad attirare” “nuovi combattenti

Si conferma, in questa fase, la forza di attrazione da parte dell'Isis. Il tentativo di mettere radici in Asia, anche attraverso il ruolo che può essere esercitato, come accadde negli anni Ottanta dopo il conflitto in Afghanistan, dai miliziani che rientravano nei Paesi di origine. Cina, Indonesia, Malesia, Filippine, Cambogia e Singapore i Paesi interessati al fenomeno

Se la situazione in Iraq e Siria è sempre più drammatica – come ha testimoniato nei giorni scorsi il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphael Sako – non meno grave è la prospettiva di adesione allo Stato Islamico che si sta diffondendo in Asia, soprattutto in Cina, Indonesia, Malesia, Filippine, Cambogia e Singapore.

Le idee dello Stato Islamico una "piaga per la razza umana". Sono passate quasi sotto silenzio le dichiarazioni dei giorni scorsi del patriarca di Babilonia dei Caldei e presidente della Conferenza episcopale irakena Louis Raphael Sako, che con una lettera inviata a una conferenza internazionale che si è svolta a Vienna sul dialogo interreligioso, ha avvertito che "gli esperti e i dotti di religione musulmana devono contrastare le ragioni dello Stato Islamico, confutare le loro argomentazioni con la giurisprudenza e denunciare le loro pratiche criminali", perché "le loro idee e i loro pensieri sono una piaga per la razza umana". "Noi, in qualità di minoranze – ha scritto il patriarca – senza protezione o cura, siamo oggetto di attacchi, i nostri bambini sono minacciati e rapiti, le nostre case depredate o saccheggiate in pieno giorno, come se tutto questo fosse lecito (Halal) e normale. Abbiamo raggiunto la vetta dell’ingiustizia: le nostre famiglie, che un tempo vivevano nelle loro case con dignità e orgoglio, oggi sono sfollate e sparse in molte città e villaggi, in tende o camper, oppure in stanze provvisorie, che sono fornite a titolo gratuito dalla Chiesa. Vi chiediamo di agire in modo responsabile e di fare la vostra parte se lo Stato mostra poco interesse, se non alcuno, a liberare Mosul e le altre città della piana di Ninive, di modo che migliaia di sfollati possano fare rientro nelle loro abitazioni".

Il Sud-Est asiatico e la Cina. Se questa è la situazione delle minoranze aggredite in Iraq e Siria, non meno preoccupante è l’espansione del fenomeno jhadista in Asia. Un intervento apparso di recente sull’Osservatorio Asia Orientale, a firma Giulia Levi, documenta che nel 2014, circa cinquecento combattenti provenienti da Cina e Sud-est asiatico – tra i quali, 60 indonesiani e circa 100 malesiani – si sono uniti alle unità dello Stato Islamico in Medio Oriente e che le maggiori criticità riguardano i territori di Indonesia, Malesia, Filippine, Cambogia, Cina e Singapore. Le affinità tra lo Stato Islamico ed i miliziani del sud-est asiatico, riguardano, in particolare, i problemi connessi allo scisma tra sunniti e sciiti: se in Indonesia i diritti degli sciiti subiscono gravi limitazioni, in Malesia la pratica dell’Islam sciita è proibita dalla legge. Mancando infatti in Malesia un’ideologia nazionalista assimilabile all’indonesiana Pancasila, che esalta il pluralismo e la diversità dal punto di vista politico e sociale, la dottrina fondamentalista attecchisce con maggiore facilità presso le comunità islamiche. Per quanto riguarda la Cina, in base a quanto riportano le fonti, coloro che si affiliano allo Stato Islamico, appartengono all’etnia musulmana turcofona degli Uiguri, che risiedono nel nord-ovest del Paese, ai quali si attribuisce la responsabilità degli attentati terroristici commessi sul suolo cinese.

I combattenti di ritorno. In Asia, le idee dello Stato Islamico vengono diffuse attraverso l’attività di piccoli gruppi religiosi, i siti Internet, i social network, le università e persino per le vie delle città. Anche se i numeri sono limitati, si intravvede il rischio che i combattenti di ritorno – come già accaduto negli anni ’80 in Afghanistan – contribuiscano alla diffusione del fondamentalismo nei territori di origine. L’altro rischio è quello sottolineato dalla malese Pek Koon Heng, Direttore del Centro Studi Asean e professoressa dell’American University: "La violenza dell’Islam radicale comporterà una sempre maggiore disintegrazione sociale". Alla quale si può contrapporre, a parere degli analisti, un’azione integrata delle autorità statali interessate.

Altri articoli in Archivio

Archivio

Informativa sulla Privacy