L’integrazione passa dalle città

Il Consiglio d'Europa promuove da anni un progetto che riguarda l'inclusione sociale degli stranieri, rivolto alle realtà urbane

Che cosa succede se guardiamo alla vita della città in cui viviamo attraverso la lente dell’intercultura? Quali strategie hanno messo in atto le autorità locali per gestire positivamente la diversità (sociale, demografica, religiosa…) – che è ormai un dato di fatto in gran parte d’Europa – e trarne vantaggio? Le iniziative in questo senso non mancano, come pure è presente, anche se forse poco visibile, lo sforzo delle istituzioni europee di mettere in luce queste “buone pratiche”. È quello che da alcuni anni cerca di fare il Consiglio d’Europa con il programma delle “città interculturali”: si tratta in primo luogo di una sorta di “expo disseminato” che attraversa le realtà urbane del Vecchio continente, le quali operano per cercare di trasformare in integrazione e in risorsa le differenze, le potenziali tensioni, i conflitti latenti tra le diverse etnie presenti entro i propri confini.

Dalla Norvegia a Malta. Le città mettono innanzitutto a disposizione le loro “buone pratiche”. Ma chi entra nel progetto si impegna anche a portare avanti riforme e aggiustamenti nelle proprie politiche, promuovendo l’integrazione sociale, agendo sull’opinione pubblica… Le città che ad oggi fanno parte del progetto sono 63, in tutta Europa e non solo. Le ultime entrate sono Bergen e Stavanger (Norvegia), Limerick (Irlanda) e Haifa (Israele); candidate al momento sono La Valletta (Malta) e Reikiavik (Islanda). Per entrare a far parte della rete delle città interculturali, le candidate devono compilare un questionario che passa in rassegna 14 ambiti della vita della città (ad esempio: sistema formativo, servizi pubblici, mercato del lavoro, politiche culturali, governance…) e ricevono, sulla base delle risposte, un “rapporto analitico” che studia i risultati, li mette in relazione con le prestazioni delle altre città interculturali, e rileva i punti di forza oltre che gli ambiti su cui occorre migliorare. Un gruppo di esperti visita poi la realtà territoriale e compie una serie di verifiche in loco stilando un “profilo interculturale” che serve da base per il lavoro futuro con la città. Viene definito poi un “Accordo” che, una volta sottoscritto, segna l’accessione ufficiale al progetto. Dopo di che l’amministrazione comunale, sostenuta da un gruppo di esperti, comincia a rivedere le sue politiche in prospettiva interculturale ed è inserita in questa rete di condivisione di buone pratiche, che si sostanzia poi con visite alle altre città, incontri seminariali su temi specifici, scambi di informazioni.

L’esempio danese. Copenaghen, ad esempio, è una delle città interculturali più attive, il che non significa che abbia risolti tutti i problemi, ma è tra quelle che più si adoperano affinché si crei una convivenza positiva tra il 77% della sua popolazione danese e il restante 23% di origini diverse. Copenaghen si è data l’ambizioso obiettivo di diventare la città europea più aperta e accogliente entro il 2015, stilando un programma politico per l’integrazione fondato su tre principi: “la diversità è un punto di forza; a tutti dove essere data la possibilità di portare il proprio contributo; la cittadinanza deve essere accessibile per tutti”. Un gruppo di lavoro composto da rappresentanti delle istituzioni politiche e scolastiche, della società civile, dell’economia, delle religioni ha definito quattro ambiti prioritari: “tutti i bambini devono poter avviarsi bene alla vita; inclusione nel mercato del lavoro; raggiungere i gruppi e le aree fragili; Copenaghen più sicura”. Tra le iniziative assunte figura la “Carta delle diversità”, sottoscritta da 610 imprese e associazioni: chi ha firmato si impegna ad agire affinché la diversità sia elemento del dibattito pubblico e a sostenere iniziative che promuovono l’inclusione e combattere la discriminazione”.

Il ruolo della lingua, il valore della religione. Limerick, città irlandese che ha firmato il suo ingresso nel progetto il 20 novembre scorso, nell’ambito di una conferenza internazionale sul “ruolo dello sport e dell’arte per una città interculturale”, si trova ad affrontare le sfide poste da quel 10% di cittadini immigrati nei confini della sua contea. La sua “strategia interculturale” che ora dovrà essere sostanziata con programmi concreti, prevede fra l’altro “investimenti in corsi di lingua per assicurare che tutti i migranti sappiano sostenere una conversazione in inglese, ma anche dare a chi lavora nella pubblica amministrazione, strumenti per comprendere la complessità delle lingue minoritarie” parlate in città; o ancora rendere i media locali capaci di “raccogliere e presentare informazioni in modo responsabile e interculturale”; o ancora avviare corsi di “formazione alla consapevolezza interculturale” per politici e amministratori pubblici. Melitopol, città dell’Ucraina sud-orientale, è invece città interculturale dal 2008; ha una popolazione di 160mila abitanti, di cui solo il 54% ucraini. L’ultima manifestazione del comune nel capitolo “città interculturale” risale al 19 ottobre scorso, quando si è svolta una celebrazione in cui “migliaia di cittadini nella piazza centrale della città si sono rivolti a Dio in un momento di preghiera interreligiosa per la pace in Ucraina”. Anche da qui passa l’intercultura.

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