Fisco, pietra d’inciampo ” “nell’Unione europea

Il caso Luxleaks è solo la punta di un iceberg. Gli Stati difendono strenuamente la sovranità fiscale, a scapito della giustizia

In questi ultimi tempi le questioni fiscali hanno “spaventato” le cronache europee. Il Luxleaks sugli accordi fiscali del Lussemburgo con le multinazionali richiede soluzioni europee rapide, ma i negoziati sui dossier chiave rimangono bloccati a Bruxelles. Dal suo insediamento in qualità di presidente della Commissione europea, lo scorso 1° novembre, Jean-Claude Juncker è stato sopraffatto dalla rivelazione di 548 accordi fiscali che il governo del Lussemburgo ha concluso tra il 2002 e il 2010 con più di 340 imprese multinazionali. Juncker era allora il primo ministro del Granducato. Questi accordi – i cosiddetti “tax rulings” – hanno consentito alle multinazionali di abbassare sostanzialmente il loro carico fiscale, a volte a un tasso inferiore all’1%, e questo nel pieno rispetto della legge. Fra le aziende che hanno potuto risparmiare miliardi di euro, ci sono grandi marchi come Pepsi, Ikea, Accenture, Burberry, Procter & Gamble, Heinz, JP Morgan, FedEx, Abbott, Amazon, Deutsche Bank. Non sono mancate dichiarazioni di indignazione contro queste pratiche che non sono d’altra parte privilegio esclusivo del Lussemburgo. Additati anche Cipro, Irlanda e Paesi Bassi. Ma è chiaro che la mancanza di volontà politica e – di conseguenza – la mancanza di una base giuridica impediscono oggi di contrastare la concorrenza fiscale sleale all’interno dell’Unione europea. Invece di agire, si parla. Così nei corridoi di Bruxelles e Strasburgo si discute da sempre di voler armonizzare la base imponibile dell’imposta sul reddito delle società. Nel 2011, la Commissione ha anche presentato formalmente agli Stati membri una proposta di sistema comune per il calcolo della base imponibile per le imprese che operano nell’Unione europea. Ma nulla è realmente cambiato da allora, e resta da vedere se il commissario incaricato, il francese Pierre Moscovici, riuscirà a portare avanti questo dossier. Altri dossier fiscali sono ugualmente bloccati in sede di Consiglio dei ministri (bloccati dunque dagli Stati membri). Così, dopo il Consiglio Ecofin del 7 novembre la presidenza italiana ha dovuto prendere atto del fallimento dei negoziati sulla clausola antiabusi della direttiva “madre-figlia” che dovrebbe permettere agli Stati di ignorare le “montagne giuridiche” frapposte tra società madri e loro controllate quando queste ultime non sono che scatole vuote come spesso avviene. I Paesi Bassi e il Regno Unito hanno comunicato la scorsa settimana di dover ancora consultare i rispettivi parlamenti, e il Belgio ha chiesto più tempo per la riflessione, mentre il dossier è da mesi sul tavolo. Allo stesso modo, nel corso della medesima riunione, i ministri delle finanze europei non hanno risolto le questioni ancora aperte in materia di Tassazione sulle transazioni finanziarie (Ttf), come auspicava inizialmente la Presidenza italiana. Ugualmente sul tavolo dal 2011, e già nella versione ridotta di una cooperazione rafforzata, undici Stati perseguono il progetto di introdurre un’imposta sulle transazioni di azioni e prodotti derivati, ma la Francia, strenua pubblica paladina della Ttf, sembra volere una versione molto alleggerita per non causare pregiudizio alle sue banche molto implicate nei prodotti derivati. Altri Paesi come l’Austria e la Slovenia difendono un sistema che avrà come principale effetto quello di spostare il luogo di transazione, sia all’interno dell’Ue – giacché Paesi come il Lussemburgo, i Paesi Bassi o il Regno Unito non partecipano alla cooperazione rafforzata – sia esattamente al di fuori dell’Unione. Se ci sarà un accordo entro la fine dell’anno, sarà dunque solo un accordo minimale per un’imposta ad aliquota molto ridotta che escluderebbe inoltre i titoli di Stato e gran parte dei derivati. Questi elementi dimostrano che gli Stati continuano a difendere con le unghie e con i denti la propria sovranità in materia di fiscalità e le persone più ricche e le imprese più grandi pagano spesso imposte ridicole. La legittimità degli Stati ne soffre, e aumenta nei cittadini il senso di ingiustizia. Papa Francesco ha ripetutamente criticato un “sistema al centro del quale è posto il dio denaro, e non la persona umana”. Per cambiare il sistema, la politica deve riprendere il controllo. Per arrivarci, almeno nell’Unione europea – e gli esempi citati lo dimostrano – governi e cittadini devono accettare di porre fine alla regola dell’unanimità in materia di fiscalità. Per iniziare, l’imposta sulle società dovrebbe diventare un’imposta europea.

Altri articoli in Archivio

Archivio

Informativa sulla Privacy