Le reliquie che “parlano”

Lo scrittore polacco Gorny racconta di scienziati e medici atei che, studiando oggetti di culto, tornano a credere

Scrittore e pubblicista, autore di molti documentari televisivi, Grzegorz Gorny è un nome piuttosto noto in Polonia. Il suo cammino professionale inizia a Varsavia, in uno dei maggiori quotidiani polacchi “Rzeczpospolita”. È stato anche corrispondente della testata in Ucraina. Questa promettente carriera giornalistica però a un certo punto non lo soddisfa perché – confida a Sir Europa – “sentivo che sul mercato non c’era nessun giornale dove avrei voluto scrivere”. Da qui la decisione di fondare il settimanale culturale e religioso “Fronda”, di cui resta direttore per 18 anni. Il successo di “Fronda” fa nascere un omonimo programma televisivo e anche un portale web. Tra i libri più conosciuti di Gorny figura “Testimoni del mistero: indagine sulle reliquie di Cristo”, una ricerca giornalistica sull’autenticità della Sindone di Torino, la tunica di Argenteuil, il Sudario di Oviedo, il velo di Manoppello, frutto di un viaggio di due anni nei luoghi dove si custodiscono questi e altri oggetti sacri. Iva Mihailova ha intervistato l’autore del volume.

Secondo lei qual è il posto delle reliquie oggi, in un mondo tecnologico, dove l’interesse verso il sacro sembrerebbe in calo?
“Per l’uomo contemporaneo la scienza ha tantissima autorità, molto più della tradizione o della religione. Gli studi scientifici che dimostrano l’autenticità delle reliquie cambiano la percezione delle persone nei loro confronti in modo radicale. Lo abbiamo visto con la Sindone di Torino davanti alla quale, durante le ostensioni, ci sono lunghe file dalla mattina alla sera. Perché aspettare delle ore per vedere proprio la Sindone e non un’altra reliquia? Perché la sua autenticità è confermata dall’autorità degli studi scientifici. Nelle ricerche per il mio libro ho usato un approccio insolito, partendo dal giornalismo investigativo: sono andato in cerca delle tracce materiali del delitto accaduto duemila anni fa, cioè della morte di Gesù”.

C’è un impatto di simili reliquie sulla fede dei credenti del terzo millennio?
“Per avere la fede non è necessario che ci siano le reliquie, ma a volte esse possono attrarre le persone al cristianesimo. Nei miei incontri con i vari studiosi che hanno esaminato le reliquie – scienziati dalla Nasa, di Scotland Yard, medici legali, archeologi… – ho scoperto che la maggior parte di essi era guidata da interessi professionali o voleva dimostrare che le reliquie erano false. Alla fine però gli oggetti sacri diventano la ragione della loro conversione. Un esempio è lo studioso ebreo ateo Barry Schwarz, che nel 1977 inizia a indagare sulla Sindone. Aveva programmato di rimanere su quegli studi per una settimana per convincersi che era tutto falso, ma fino ad oggi continua la ricerca e si è trasformato in uno dei maggiori difensori dell’autenticità della Sindone”.

Quale delle reliquie che ha esaminato l’ha impressionata di più?
“Direi la tunica di Argenteuil, vicino a Parigi, che ha una storia molto travagliata: è sopravvissuta alla Rivoluzione francese e a diverse persecuzioni e traversie. Ma quello che mi ha impressionato sono i globuli rossi individuati dagli scienziati che dimostrano che l’uomo che l’indossava soffriva della rarissima malattia hematidrosis, che si caratterizza con sudore di sangue. Questo male è causato da un estremo livello di stress che provoca shock anafilattico. Così si conferma in modo scientifico che Gesù non si è risparmiato nessuna sofferenza umana ed è andato veramente fino in fondo”.

Lei raccoglie le storie di persone che hanno esercitato azioni contro la Chiesa ma in seguito si sono convertite. Potrebbe raccontarci di questo progetto…
“Come reporter mi piace descrivere queste impressionanti storie umane. Per esempio quella del medico serbo Stojan Adasevic, abortista accanito che praticava 20 aborti al giorno. Ad un certo punto cambia il suo parere quando sul monitor dell’ultrasuono vede che cosa rappresenta veramente l’aborto. E questa esperienza lo scuote profondamente anche perché vive nella Jugoslavia comunista e la sua decisione di smettere di fare aborti gli costa parecchio. Una decisione che lo porta anche alla fede. In Bulgaria invece ho incontrato un altro medico, Anghelina Nicolcheva: anche lei praticava l’aborto, ma si è convertita e ha sentito l’ispirazione di dover costruire una chiesa ortodossa nella sua città natale. Addirittura chiedeva elemosina per la costruzione del tempio di fronte ai grandi monasteri.

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