Torneo di calcetto” “in carcere” “con gli arbitri del Csi

Per il miglioramento delle condizioni carcerarie si batte l'associazione San Vincenzo de' Paoli di Cesena. La popolazione carceraria è molto giovane e anche per questa ragione è nata un'iniziativa sportiva che si è affiancata ai colloqui settimanali, alla consegna di materiale, alle catechesi (col vescovo di Cesena-Sarsina, Douglas Regattieri) e alle attività formative sulla Costituzione italiana

"Tutti i cristiani di buona volontà sono chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà". Le parole di Papa Francesco, nell’incontro con i giuristi dell’Associazione penale internazionale tenutosi in Vaticano venerdì 24 ottobre, arrivano dritto al cuore. Per il miglioramento delle condizioni carcerarie si batte l’associazione San Vincenzo de’ Paoli di Cesena. È dal 2003 che il sodalizio guidato da Luigi Dall’Ara si sta impegnando presso il carcere di Forlì per il "restauro di una dignità umana forse considerata perduta". Il carcere di Forlì, casa circondariale nel centro cittadino, all’interno della Rocca di Ravaldino, ospita oggi un centinaio di detenuti. Di questi il 36% è extracomunitario, circa 15 sono, invece, le detenute donne. Si sviluppa su tre piani, in ogni piano sono rinchiusi i carcerati in base alla diversità dei reati commessi e in base alle differenti situazioni penali. Sono soprattutto giovani ragazzi. "L’età media è molto bassa, va dai 18 ai 35, massimo 40 anni – racconta Luigi Dall’Ara – Potrebbero essere i nostri figli, i nostri nipoti, i nostri vicini. ‘Gli sta bene’, ‘la prossima volta sta più attento’, ‘così impara a stare al mondo’, queste ed altre sono le frasi che vengono accostate ai carcerati. Si tratta, invece, di persone vittime delle proprie fragilità. Tutti noi, in maniera diversa, ne abbiamo. Chi incappa in reati penali è sempre quello più debole degli altri. È bene che scontino una pena ma non bisogna mai perdere d’occhio l’altro aspetto: il lento e faticoso cammino del reinserimento della persona, il suo recupero in quanto uomo degno di rispetto. La diversità del proprio ‘status’ non può diventare discriminazione". La San Vincenzo di Cesena si è fatta promotrice di innumerevoli attività all’interno del carcere forlivese. Si tratta di iniziative di aiuto e programmazione (colloqui settimanali, consegna di materiale), catechesi (col vescovo di Cesena-Sarsina monsignor Douglas Regattieri) o attività formative sulla Costituzione italiana. Sono stati inoltre attivati laboratori femminili di arte, musica, teatro, canto, danza, pittura grazie anche all’impegno del Centro pastorale giovanile di Forlì, e il riordino della biblioteca. "Privazione della libertà, allontanamento forzato dai propri affetti, scomparsa di relazioni con l’esterno, regole ferree a cui si deve sottostare sono tutte problematiche che con il passare del tempo diventano macigni che rischiano di essere, per alcuni, troppo pesanti. Ecco perché proponiamo queste attività, per aiutare il rafforzamento nella persona di quello che più conta, quella crescita e sviluppo interiore che dia valore a sé stessi e rafforzi il rapporto con gli altri". In questa direzione va anche un ambizioso progetto diventato quasi realtà: "una casa, un luogo dove il detenuto possa incontrare i familiari in occasione di circostanze particolari, fuori da quel luogo ameno che è la galera". Un calcio al carcere. In questo contesto si inseriscono anche le attività ricreative grazie all’impegno e alla collaborazione del Csi di Cesena. "Tutto è iniziato quattro anni fa – spiega Luciano Morosi, presidente del comitato cesenate – quando abbiamo accettato la proposta della San Vincenzo affiancandola nella sua attività assistenziale e umana a favore dei carcerati e concretizzatasi, quest’anno, nell’organizzazione di un vero e proprio torneo di calcetto a squadre, tra detenuti". Si è tenuto nel mese di agosto con la partecipazione di quattro arbitri della sezione cesenate del Csi. Ha impegnato per tre giorni la settimana i ragazzi fino alla finalissima di settembre. "Io non conosco esattamente – racconta Morosi – la differenza dei reati che contraddistinguono i reparti. Ma posso dire che tutti quei ragazzi che li occupano trasmettono un unico e chiaro messaggio: non dimenticarti di me, dammi una mano, aiutami nel mio non facile cammino di recupero". Una vita da arbitro nei campi di calcio di provincia e migliaia di partite all’attivo, Luciano Morosi è sinceramente commosso quando parla della sua esperienza nel dirigere una gara tra carcerati: "La notte della vigilia non ho dormito. Arbitrare è sanzionare continuamente una situazione di gioco. Chi ti sta davanti ti vede sempre come il carabiniere di turno. Non sapevo quale potesse essere la reazione dei giocatori, abituati a una vita senza regole". "Svolgendo il mio povero servizio di arbitro mi chiedevo: cosa può contare la mia fugace presenza di fronte ai colossali problemi che questi ragazzi vivono ogni giorno?". Un interrogativo che ha trovato presto risposta a fine gara, dopo 40 minuti di scatti, adrenalina da scaricare ma mai sfociata in rissa. "Nel dopo gara loro mi hanno cercato e anche io l’ho fatto. È stata una buona occasione per scambiare parole, non chiacchiere. ‘Torna ad arbitrarci’, mi hanno detto. L’impressione è stata quella di essere entrato un po’ nel loro cuore".

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