Famiglia, è tempo di ascolto

Ute Eberl, teologa tedesca, sposa e madre, è stata nominata auditrice al Sinodo. "La nostra dottrina è il Vangelo"

Tra i partecipanti alla terza Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi sul tema “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, che si svolge a Roma tra il 5 e il 19 ottobre, siederanno anche 38 persone invitate come “auditori e auditrici” che a vario titolo sono stati convocati da tutto il mondo: coppie di sposi, esperti, “professionisti” che lavorano nel campo nella pastorale familiare nelle diocesi, nei movimenti e associazioni. Una di loro è Ute Eberl, teologa e madre di famiglia. A Berlino è responsabile della pastorale matrimoniale e familiare della diocesi, oltre a essere tra i responsabili di un’associazione della Chiesa cattolica in Germania che si occupa di formazione e pastorale familiare (Arbeitsgemeinschaft für katholische Familienbildung).

Lei è stata invitata da papa Francesco al Sinodo: come ha accolto questo invito e quali sono le sue attese?
“È stata per me una totale sorpresa. Il mio nome è stato scelto in una lista di nomi che è stata inviata a Roma. Non ne conosco il motivo, ma sono estremamente contenta per questa esperienza nel cuore della Chiesa universale e anche emozionata. Il mio compito sarà quello di ‘ascoltare’, quindi non dovrò dire niente, a meno che, come mi ha scritto il cardinale Baldisseri, segretario generale del Sinodo, non ci sia l’occasione per un intervento. La mia speranza è che i vescovi vivano un autentico ‘inventario’ sulla esperienza quotidiana delle famiglie. E lo dico consapevolmente al plurale, perché credo non ci sia solo una famiglia, ma ci siano molte forme diverse di famiglia: quella composta da padre-madre e figli, padri e madri che allevano i propri figli da single, famiglie-patchwork e così via, e tutte appartengono alla Chiesa. Mi sembra che questa sia la sfida più grande: guardare a ciò che c’è, non a come dovrebbe essere. La Chiesa vuole essere tra le persone e non può ignorare la realtà”.

Questo Sinodo porta con sé alcune novità: la diffusione del questionario, le due fasi in cui si svolge… Che cosa potranno portare?
“Penso che la grande novità sia già stata nel fatto che il Papa alla viglia del Sinodo ha avviato l’iniziativa del questionario. In Germania sono stati divulgati molto ampiamente e le persone – i cattolici, credenti – hanno detto con chiarezza come vivono, e che molte cose che la Chiesa chiede non hanno un posto nella loro vita. Per esempio la domanda se le persone convivono già prima del matrimonio: in Germania questa è una realtà. La sfida sta nel rapporto tra dottrina e pastorale; non sono due cose separate; e se la dottrina è distante dalla vita delle persone, non le può nemmeno raggiungere. Sarà interessante vedere come i vescovi affronteranno tale sfida”.

Quali sono le cause delle difficoltà che attraversa oggi la famiglia in Europa?
“In Europa gli uomini e le donne, le coppie possono scegliere come vivere. Questa libertà è un bene molto prezioso. Allo stesso tempo non c’è più nessun sostegno sociale. Il matrimonio è diventato un vaso estremamente fragile. In ambito sociale qualcosa è cambiato per cui non ci sono più ‘cornici’, sostegni. E questo è l’altro lato della libertà: se oggi le coppie decidono di sposarsi devono affrontare l’enorme sfida di riuscire come coppia a vivere alla pari, come organizzare la vita con i bambini. I ruoli nel matrimonio e nella famiglia non sono più definiti, devono essere discussi a fondo nella coppia. Molte coppie vogliono dividere i compiti, oltre ai figli e alla professione e non è una scelta semplice da gestire. Però è una strada da cui non si torna indietro: ha tutte le sue positive provocazioni. Le chiese fanno molte proposte per sostenere le famiglie in questo processo, perché le coppie imparino a discutere e a confrontarsi su come vivere la vita di coppia su un piano di parità”.

Una parte del dibattito europeo si è concentrato sul tema della comunione ai separati risposati. Questa però non sembra essere una priorità pastorale in alcuni Paesi del nostro continente e non di certo in altri Paesi del mondo. Può fare un elenco di priorità pastorali da affrontare in una prospettiva mondiale?
“In primo luogo penso che la Chiesa non è una istituzione morale; la nostra Chiesa ha una morale. E questo vale in tutto il mondo. Nella misura in cui affrontiamo il tema del matrimonio e della famiglia innanzitutto come una questione morale non possiamo trasmettere le nostre priorità. La nostra dottrina è il Vangelo. In secondo luogo – cosa che si trova nell’Instrumentum laboris – è che la realtà di vita delle famiglie nelle situazioni economiche e politiche dei Paesi del mondo è molto diversificata. Ogni Paese ha la propria grazia, il proprio carisma e ogni Paese ha la propria croce e le sue difficoltà. Ma in tutto il mondo annunciamo il vangelo di Gesù, nella concretezza, non in uno spazio puramente ‘filosofico’. Forse Papa Francesco dirà ai vescovi che i contesti in cui vivono le famiglie sono così diversi, che si devono cercare anche risposte diverse. Proprio il Papa nella ‘Evangelii gaudium’ ha scritto: ‘La realtà è più importante dell’idea’”.

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