Con la sua asprezza” “il dialetto avvicina” “la Lauda al popolo

Nell'ambito della quinta edizione della rassegna di arte, musica, preghiera e spettacolo, allestita nelle chiese di Bari Vecchia, è stata riproposta l'opera 'Cuss mi jè figghie' ossia "questo è mio figlio" di Vito Maurogiovanni (1924-2099). La trasposizione dialettale della Passione di Cristo ha tenuto gli spettatori col fiato sospeso nella chiesa sconsacrata della Vallisa

La vita di Gesù Cristo, gli episodi della sua esistenza tramandati dalle Sacre Scritture, dipanati e trasformati in dialoghi più vicini a noi. Conversazioni realistiche come se a vivere al fianco del Messia ci fossimo stati davvero con i nostri sentimenti, le nostre reazioni e le nostre espressioni gergali. Questo era lo scopo delle Laude, nate intorno al Duecento sono sicuramente la forma più diffusa di poesia religiosa a carattere popolare. Sebbene fossero scritte in volgare italiano c’è chi, in seguito, ha pensato di renderle ancora più vicine al popolo traducendole in dialetto. Tra questi c’è Vito Maurogiovanni (1924-2009) scrittore, sceneggiatore, commediografo e massimo esponente del teatro vernacolare barese. La sua opera ‘Cuss mi jè figghie’ (si legga cus mi iè figg), ossia "questo è mio figlio", è stata portata in scena, nella sconsacrata Chiesa Vallisa di Bari, per la quinta edizione di ‘Notti Sacre’, la rassegna di arte, musica, preghiera e spettacolo in giro per le chiese di Bari Vecchia. L’opera è stata interpretata da Cristina Angiuli, che ne ha anche curato la regia, Luigi Angiuli, Vito Latorre e Giancarlo Ceglie. Tutto nasce dall’intuizione di don Antonio Parisi, organizzatore dell’evento, di riproporla senza indugio nella rassegna. Del popolo, per il popolo. La Lauda è sicuramente la forma più diffusa di poesia religiosa a carattere popolare. Essa nasce in Umbria e si configura come una delle prime espressioni del volgare italiano. Gli aderenti alle confraternite religiose (famosa tra queste quella dei Flagellanti) andavano per le strade pregando e cantando, oltre che i tradizionali inni liturgici in latino, nuovi componimenti in volgare: le laude, appunto. Al centro della narrazione episodi della vita di Cristo, lodi della Madonna o anche temi religiosi come il peccato, la misericordia divina e la speranza. Le forme erano semplici e popolaresche, costruite sui metri della ballata, ma non mancavano echi della più raffinata poesia cortese contemporanea. Una voce solista recitava la strofa ed il coro riprendeva con un ritornello: a volte entravano in gioco più voci recitanti e nascevano veri e propri dialoghi in forma drammatica. Quello andato in scena a Bari è un momento centrale della cristianità: la Passione di Cristo. Ma questa volta sapientemente raccontata in forma popolare. Questa forma di poesia e di teatro viene sempre ben accolta dal pubblico. E "Cuss mi jè figghie" non ne fa eccezione. La chiesa Vallisa era gremita e per tutto il tempo dell’opera il silenzio si è fatto spazio. Fatto insolito, anche durante le pause. E il motivo non sta, come qualche ben pensante può immaginare, nella scarsa cultura del popolo. Il dialetto, il vernacolo è parte integrante della vita della gente. Se non esistesse, non esisterebbe, di conseguenza, una identità popolare. Vito Maurogiovanni l’ha sempre intuito e ha così deciso di recuperare, e lasciare in eredità, l’animo più umano, intenso e vero della gente. Non Santi ma esseri umani. L’Ave Verum Corpus di Mozart introduce i teatranti e subito inizia il narratore parlando del Cristo che si reca nel Giardino del Getsemani dopo aver cenato per l’ultima volta con i suoi discepoli. Le parole di Cristo, nella parlata dialettale barese, appaiono ancora più forti e drammatiche di quelle riprese dai Vangeli. È indubbio, i dialetti portano in sé espressioni e toni più aspri rispetto a quelli della lingua italiana. E gli spettatori della Vallisa lo percepiscono, nessuno si lascia distrarre e gli sguardi tendono verso le parole degli attori. Ci sarebbe anche da sorridere per alcune espressioni. "E chiss che ston a grifuà!" (e questi che dormono!) dice Gesù, quasi alterato, quando vede i suoi discepoli addormentati anziché in attesa e in preghiera come lui aveva chiesto. È un’espressione colorita ma nessuno tra gli spettatori si scompone. La lauda è troppo intensa per farlo, i dialoghi catturano e portano direttamente all’interno della vicenda percependo tutta la drammaticità e la tristezza del momento. Ma non è l’unico momento solenne dell’opera. La Lauda attraversa tutte le vicende della Passione di Cristo: dal tradimento di Giuda, ai processi davanti ad Anna, Caifa e poi a Pilato, al suicidio di Giuda, fino al momento della crocefissione. In mezzo il dolore dello stesso Giuda Iscariota, i dubbi di Pilato, le risa di scherno di Erode, e il dolore della Madonna. Quest’ultimo forte e straziante di una donna a cui strappano dalle mani il figlio. E così la Madonna diventa una donna come tante che esprime il suo dolore per suo figlio come farebbe una qualunque donna e madre. In questo sta la forza della voce popolare: non si vivono le vicende bibliche come un testo astratto, ma ponendosi dentro l’animo dei personaggi. Non più Santi ma umani.

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