Lo scenario inedito ” “del Warfare State” “

Barack Obama ha chiesto all'Europa di riarmarsi investendo almeno il 2% del Pil. Se si parla di riarmo - non solo per deterrenza - occorre interrogarsi sulle conseguenze della guerra. E poi chi dovrebbe ''comandare'' le nuove forze armate occidentali? Dove dovrebbe risiedere il legittimo e democratico controllo posto al di sopra degli eserciti, in funzione diplomatica e strategica?" "

Mentre si infittiscono le operazioni militari in Siria e Iraq per tamponare l’avanzata dell’autoproclamato Stato islamico, risuonano le pressanti sollecitazioni del presidente americano Barack Obama all’Europa perché torni a riarmarsi investendo almeno il 2% del Pil in missili, navi, carri armati, mitra e ogni sorta di ordigno. Un monito lanciato a giugno durante la visita del capo della Casa Bianca nell’est europeo e poi a Bruxelles per il G7, e ribadito, pur con altri termini, a inizio settembre al summit della Nato in Galles, convocato per affrontare le innumerevoli minacce alla pace e alla stabilità: dall’Ucraina al Medio Oriente, dall’Asia interna al continente africano. Il "bene sicurezza". Obama sta cercando di delineare una complessiva strategia di politica estera, che a Washington manca da parecchio tempo. E mentre il quadro geopolitico diventa sempre più articolato e complesso, con attori emergenti e vecchi protagonisti, il presidente Usa manda a dire agli alleati più fidati che si devono far carico della loro parte: il ruolo di "gendarme mondiale" non calza più all’America. Il "bene sicurezza", sostiene Barack Obama, è patrimonio di tutti e richiede una mobilitazione generale. Ma in epoca di ritrovati orgogli nazionalistici (la Russia purtroppo insegna), di neocolonialismi economici (la Cina è la prima della fila), di "primavere arabe" mancate, di Califfati e terrorismo senza frontiere, risulta sempre più arduo stabilire chi sia il "nemico" da contrastare e gli "amici" coi quali costruire alleanze stabili. I casi della Siria, dell’Iraq, dei combattenti curdi, del braccio di ferro Israele-Hamas, della Libia o del Sudan sono solo la punta di un pericolosissimo iceberg di confusa conflittualità su scala globale. Armi e budget. In questa situazione da Washington giunge un solo – forse semplicistico – messaggio: le grandi democrazie di Stati Uniti ed Europa serrino i ranghi, con l’appoggio di una coalizione eterogenea che comprenderebbe alcuni Stati arabi (dove la democrazia è ancora un lusso) e forze regionali o locali d’appoggio. A Obama però non basta che nel mondo si spendano 1.700 miliardi di dollari l’anno per gli armamenti, oltre 600 dei quali a carico del bilancio Usa; e se gli Stati Uniti indirizzano all’industria bellica il 4% della ricchezza lorda annuale, le percentuali da questa parte dell’Atlantico sono ben altre. Nell’Ue solo Regno Unito e Francia dispongono di eserciti e armamenti "competitivi"; nei budget di Germania, Italia, Polonia o Spagna le cifre consacrate agli armamenti sono ben lontane dal fatidico 2%. Non solo: in una fase di persistente crisi economica, i fondi per sicurezza e guerra in Europa sono andati diminuendo nel corso degli ultimi anni e per aumentarli occorrerebbe – a parità di Pil e di fiscalità – ridurre le spese per il welfare state (istruzione, salute, previdenza…) a vantaggio di un warfare state che non fa parte del bagaglio politico e culturale dell’Unione europea, sostanzialmente in pace da 70 anni. Scenari inediti. D’altro canto col tempo il quadro è mutato. Soprattutto dopo la caduta della Cortina di ferro (1989) e l’attacco alle Torri gemelle (2001), è completamente cambiata la prospettiva della sicurezza: gli armamenti nucleari si sono "democraticamente" diffusi in tante, troppe mani; il terrorismo si è ridisegnato, superando i confini statali e affidandosi alle cybertecnologie; le deviazioni fondamentaliste islamiche si sono diffuse a scapito della stessa fede musulmana… Per non parlare di altri fenomeni che vanno a incidere sulla sicurezza, quali i cicli economici, la persistente diffusione della fame e l’ingiusta distribuzione delle ricchezze, le migrazioni di massa, i flussi import-export di armi dai Paesi ricchi a quelli poveri… Il tutto parallelamente a un costante indebolimento delle istituzioni politiche sovranazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite. Gli interrogativi. Così mentre Obama chiede il riarmo a chi non se lo può né se lo vuol permettere, vengono al pettine una serie di nodi che il presidente non ha sciolto. Anzitutto se si parla di riarmo – non solo per deterrenza ma anche per eventuali scontri sul campo – occorre interrogarsi sulle conseguenze della guerra che, in controtendenza rispetto alle trasformazioni in atto, non sono affatto mutate: morti, feriti, orfani, profughi, distruzioni, migrazioni forzate, impoverimento generalizzato si ripresentano, oggi come ieri, quali inevitabili effetti dei conflitti. In caso di dubbio, basti dare un’occhiata alla sola tragedia siriana… In secondo luogo il presidente Usa invita al riarmo ma non spiega chi dovrebbe "comandare" le nuove forze armate occidentali: ovvero dove dovrebbe risiedere il legittimo e democratico controllo posto al di sopra degli eserciti, in funzione diplomatica e strategica? Una politica debole ostaggio di eserciti forti è una prospettiva che probabilmente nemmeno Obama condivide. Non da ultimo: se – semplificando – armarsi per difendere pace e democrazia può apparire una linea condivisibile, quali intenzioni si hanno per un dopoguerra che riguardi l’Europa orientale piuttosto che la Terra Santa, il Nord Africa o una qualunque regione latinoamericana? Visti gli esiti di conflitti ancora recenti (si pensi solo alla situazione in cui grava tuttora la Bosnia-Erzegovina), Obama, pur con tante buone intenzioni, non sembra al momento in grado di fornire garanzie credibili.

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