Training per soli uomini” “Obiettivo: contenere” “la rabbia e la violenza

La Caritas di Bolzano già dal 2000 organizza "Change", un percorso antiviolenza. Lo psicoterapeuta Massimo Mery: "Abbiamo aperto uno spazio dove soggetti con problemi di identità 'maschile' o difficoltà nel gestire il rapporto di coppia avessero la possibilità di esprimersi senza sentirsi giudicati". Il 10% dei partecipanti arriva volontariamente, gli altri attraverso i servizi sociali

Aiutare gli uomini "maltrattanti" ad abbandonare le condotte violente. Perché per contrastare il fenomeno della violenza di genere non basta agire solo sulle vittime; occorre intervenire anche sugli aggressori. Nella consapevolezza che, in determinate situazioni e in base alla fragilità individuale, qualsiasi uomo può sviluppare reazioni estreme perché nessuno è immune o vaccinato contro la violenza, ma con un percorso appropriato è possibile cambiare. Nasce da questo presupposto il training antiviolenza "Change", avviato nel 2011 presso il consultorio per soli uomini attivo dal 2000 presso la Caritas di Bolzano, e rimasto aperto, tranne una settimana, per tutta l’estate.

Fenomeno trasversale. "Nel 2000 – racconta al Sir il responsabile del consultorio e del progetto, lo psicoterapeuta Massimo Mery – abbiamo aperto uno spazio ‘di soli uomini’ dove soggetti con problemi di identità ‘maschile’ o difficoltà nel gestire il rapporto di coppia avessero la possibilità di esprimersi senza sentirsi giudicati". Negli anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sulle condotte violente all’interno delle mura domestiche, fenomeno trasversale che riguarda tutte le classi sociali. Qui l’atteggiamento punitivo non basta; per questo nel 2009, mentre era in fase di avvio a Firenze il primo Centro uomini maltrattanti (oggi se ne contano una ventina), l’équipe guidata dallo psicoterapeuta avvia una riflessione e un confronto con alcuni Paesi europei, in particolare Spagna e Austria, e decide di adottare un metodo già collaudato dai vicini d’oltralpe. Si tratta di "Change" (cambiamento), training psico-educazionale partito nel 2011 a Bolzano dopo due anni di formazione degli operatori e di sensibilizzazione sul territorio: 28 incontri settimanali di due ore con gruppi di sei/sette partecipanti, della durata di sei/sette mesi. Una quarantina di uomini l’anno, divisi in gruppi di madrelingua tedesca o italiana, appartenenti ad ogni categoria sociale, età media 30-40 anni, per lo più padri di bambini spettatori involontari di scene di violenza domestica. Ad affiancare Mery nella conduzione del gruppo c’è un’assistente sociale, "figura femminile necessaria ad evitare tentativi manipolatori o ricerche di complicità maschili".

Iniziative che in Italia restano un’eccezione, mentre all’estero sono previste per legge. "Da noi – racconta Mery – Il 10% dei partecipanti arriva volontariamente, gli altri attraverso i servizi sociali su segnalazione del Tribunale dei minori". Esclusi i soggetti con gravi disturbi psicologici e/o dipendenze: al centro non approdano gli autori delle atrocità che riempiono le cronache, spesso in carcere, ma uomini che, "sentendosi con le spalle al muro nella vita di coppia, agiscono condotte violente come unico linguaggio". E il primo atteggiamento è di negazione e/o autogiustificazione di fronte a riferite provocazioni da parte della compagna. "L’impegno maggiore è abbassare le loro difese, facendo magari leva sulla genitorialità". Quattro gli obiettivi da raggiungere per gradi: la definizione del concetto di violenza, l’assunzione di responsabilità dei propri atti, il riconoscimento e la gestione delle emozioni, in particolare la rabbia, l’acquisizione di strumenti da utilizzare nelle situazioni critiche. Come la tecnica del "Time out" mutuata dal gergo sportivo: "Quando si avverte il montare della tensione, abbandonare il campo prima di esplodere, allontanarsi e mettere in atto le tecniche apprese per far sbollire la rabbia prima di riprendere la discussione".

Positivo il bilancio dei primi tre anni di attività. I partecipanti vengono seguiti anche dopo la conclusione del training. L’équipe del dottor Mery è inoltre in contatto con le colleghe dei centri antiviolenza cui si sono in precedenza rivolte le mogli o compagne degli uomini poi arrivati al consultorio maschile, e questo consente un feedback dei loro comportamenti. Per ora, assicura lo psicologo, "non risultano denunce a loro carico o recidive. Se ce ne fossero, verremmo immediatamente informati". Meglio dunque "curare" e accompagnare, che reprimere e punire. Vero, ma meglio ancora educare e prevenire, e il rispetto per la donna fa parte di quell’alfabeto dei sentimenti e delle relazioni che si impara fin dai primi anni in famiglia, soprattutto dall’esempio dei propri genitori.

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