“Io faccio l’attore” “perché sono frate” “E non il contrario”

Fra' Marco Finco, religioso cappuccino della provincia monastica lombarda, "prestato al teatro", direttore artistico del Centro culturale francescano artistico "Rosetum" di Milano, racconta la sua storia e, di converso, la sua missione: evangelizzare attraverso l'arte teatrale. Tutto cominciò a 25 anni, a Cesano Boscone, in un istituto per disabili gravi e gravissimi

"Io considero il mondo per quello che è, un palcoscenico dove ogni uomo deve recitare una parte. La mia è una parte triste". Recupera, "ma solo in parte" ci tiene a precisare, l’aforisma shakespeariano, fra’ Marco Finco, religioso cappuccino della provincia monastica lombarda, "prestato al teatro", direttore artistico del Centro culturale francescano artistico "Rosetum" di Milano (www.rosetum.it), per raccontare la sua storia e, di converso, la sua missione: evangelizzare attraverso l’arte teatrale. Addosso ancora la barba finta e il saio, che è anche l’abito di scena della sua opera "Da Bella Zia", dove rappresenta padre Cecilio, portinaio del convento cappuccino di Milano e fondatore dell’Opera San Francesco, nel 1959, che viveva "con un occhio alla porta per aprire a chi chiede e uno alla chiesa, per guardare a Gesù" e che riproporrà il 20 e 21 settembre proprio al Rosetum.

Una sorta di spazio sacro. "Quando mi trovo in camerino e indosso l’abito di scena – spiega – comincio a diventare il personaggio che prenderà vita sul palco. Vivere e non rappresentare: quando si è lì sopra tenere fede al testo teatrale vuol dire viverlo in quel momento, in scena". E racconta di una passione nata da bambino, quando "seduto tra il pubblico, immaginavo le tavole del palcoscenico come riflesso della vita, una sorta di spazio sacro in cui accade qualcosa solo se si verifica la magia dell’incontro tra attori e pubblico. Un attimo veloce che non prevede distrazioni, che non può essere ripetuto, perché non c’è nessun rewind – come al cinema o in tv, nessun telecomando da premere -, unico perché quell’attimo non sarà mai più lo stesso. Puoi fare tutte le repliche che vuoi, saranno tutte diverse, sempre nuove, perché siamo diversi rispetti all’ultima performance, è diverso il pubblico. Questa cosa mi ha sempre colpito". E continua a farlo in ogni spettacolo che mette in scena, anche nell’ultimo, "Da Bella Zia", con i clown Bano Ferrari, Miro Gatti e Adriano Pastori e con le ragazze della facoltà di Magistero della Cattolica di Milano, ambientato in una strana osteria "dove vengono servite parole vere e storie saporite!". Quelle del Vangelo raccontate da Francesco d’Assisi. Dalla nascita a Betlemme alle nozze di Cana, dalla fuga in Egitto, all’ultima cena, passando per il Calvario.

Occasione per parlare a tutti. "Il teatro – dice senza mezzi termini – è una modalità interessante per annunciare il Vangelo. Ti permette di parlare a tutti indistintamente, che uno sia credente o meno, adulto o bambino. Ho fatto spettacoli davanti a un pubblico di persone lontane da Dio e dalla Chiesa, in posti diversi, piazze, teatri, saloni, dal centro alle periferie. Il teatro è lo strumento che permette la vitalità dell’incontro". Fra’ Marco non si nasconde i rischi di questa operazione artistica: "il principale è quello di semplificare il Messaggio e il valore. Credo che questa sia la sfida da affrontare in palcoscenico. La vinci se vivi il Messaggio e non ti limiti a raccontarlo, non interpretare ma vivere un’esperienza vera. E pensare – dice quasi sottovoce – che mai avrei pensato di fare l’attore".

La capacità di coinvolgere. Ma allora da dove nasce questa missione di annuncio così particolare? "La vita – è la risposta del cappuccino – ti mette davanti a fatti e situazioni particolari che ti cambiano. A 25 anni, ero appena entrato in convento, sono stato mandato alla periferia di Milano, a Cesano Boscone, in un istituto per disabili gravi e gravissimi. All’epoca, nel 1990, vi erano circa mille ospiti, molti giovani. Il mio compito era la catechesi, ma dal momento che moltissimi di questi giovani non parlavano e avevano dei ritardi nell’apprendimento fu necessario usare una comunicazione extra-verbale". E qui, "entra in scena il teatro!". "Nell’istituto, a Natale e a Pasqua, venivano messe in scena due rappresentazioni la cui preparazione serviva come catechesi. In quel frangente mi sono accorto che il teatro ha questa capacità di coinvolgere sia chi guarda che chi partecipa. Ho cominciato a salire sul palco, su pedane improvvisate per raccontare storie legate a Francesco e al Vangelo. D’accordo con i miei superiori ho iniziato così a giocare la mia umanità, il mio essere frate", perché, sottolinea, "io faccio l’attore perché sono frate e non il contrario". Le collaborazioni, tra gli altri, con la filarmonica Clown di Milano e la regista Letizia Quintavalle, hanno fatto il resto.

C’è ancora tempo per un ricordo. Protagonista un bambino di nove anni, Giona. "Dopo aver visto ‘Da Bella zia’ – racconta fra’ Marco – mi si avvicina e mani in tasca, senza preamboli, mi dice: io non sono battezzato, non conosco Gesù e non sono mai andato in chiesa. Ma dopo lo spettacolo che ho visto mi piacerebbe saperne di più e vedere altre cose belle come questa. Mi daresti una mano? Ecco anche questo è il teatro: la magia di un incontro". Tornano alla mente le parole di Shakespeare: "Io considero il mondo per quello che è, un palcoscenico dove ogni uomo deve recitare una parte…". "Ma la mia è non una parte triste", saluta il frate, sorridendo.

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