La fatica di guardare avanti

Il Paese sta affrontando una fase di transizione. Il ruolo della Chiesa e dei media. La presenza dei rom

A più di 20 anni dalla caduta del comunismo, che Paese è oggi l’Ungheria? Quali le sfide vinte e quali quelle da intraprendere sul piano socio-culturale? Quali prospettive offre ai suoi giovani e quanto pesano i problemi legati all’integrazione per lo sviluppo di questo Paese, entrato nell’Unione europea nel 2004? Nike Giurlani, per Sir Europa, lo ha chiesto a Csaba Török, docente di teologia presso l’Università Cattolica Péter Pázmány di Esztergom (Ungheria).

Quali sono le prospettive lavorative in Ungheria, in particolare, per i giovani?
“Abbiamo un forte problema di inserimento nel mondo del lavoro per i nostri giovani e sempre più spesso questi ultimi decidono di trasferirsi all’estero, in particolare Germania e Austria, ma anche Irlanda e Inghilterra. A Londra pare ci siano 200mila ungheresi. Tra quelli che restano, molti non tentano nemmeno di intraprendere una carriera perché sono cresciuti in famiglie dove i genitori con la fine del comunismo hanno perso il lavoro e trovandosi senza una buona formazione hanno incontrato difficoltà a inserirsi nella società moderna e ora sono persone spaesate e sfiduciate che non vedono nel lavoro un mezzo per la realizzazione personale”.

Qual è il ruolo della società civile all’interno dell’Ungheria?
“Non esiste, come non esiste un associazionismo laico attivo. Questo perché per decenni sono stati i partiti politici a organizzare la vita pubblica. Ora però qualcosa si sta muovendo, anche grazie a internet e ai social network. La Chiesa stessa ha avuto difficoltà a ritagliarsi una voce indipendente per i finanziamenti statali che la legavano ai partiti politici, ma anche qui stiamo registrando un miglioramento, anche se dalle statistiche emerge che la credibilità dei sacerdoti, come quella dei politici è molto bassa. I più stimati sono i vigili del fuoco con il 65% del consenso popolare!”.

Che supporto forniscono i mass media alle sfide che il Paese ha di fronte?
“Dopo il comunismo si è avuta una forte liberalizzazione; adesso assistiamo a una nuova chiusura e una manipolazione dei mass media, in particolare della carta stampata, da parte dei partiti politici. La libertà passa da internet e sono molti i giovani che l’utilizzano per informarsi, ma c’è una grossa fetta di essi che continua a utilizzare in maniera massiccia la televisione e si lascia plagiare dai messaggi devianti inviati dai talent show e dai reality”.

Qual è il rapporto tra gli ungheresi e le consistenti minoranze etniche presenti nel Paese?
“L’Europa centrale è storicamente caratterizzata dalla presenza di nazionalità miste all’interno dei suoi Paesi che negli anni hanno portato all’aumento di fenomeni di intolleranza. In Ungheria i rapporti si sono appianati con la Slovenia e la Croazia, ma parliamo di minoranze che non sono per noi incisive. Il vero problema restano i rom che nei loro vari sottogruppi sono caratterizzati da una mancanza di identità, di nazionalità e cultura condivisa. Non hanno nemmeno una lingua franca, stanno cercando di costruirne una letteraria, chiamata ‘lovari’, con la quale hanno appena tradotto la Bibbia, ma la maggior parte di loro non la parla perché non è una lingua materna. Ma il problema della loro formazione ed educazione è cruciale, ecco perché ci sono programmi speciali e borse di studio per sostenerli in questo percorso e anche la Chiesa cattolica si è inserita in questa sfida”.

In che senso?
“Da una parte sono stati attivati progetti statali indirizzati alla loro educazione fin da piccoli, insieme a quelli pensati per l’élite rom affinché diventino dei mediatori culturali. Dall’altra parte la Chiesa cattolica si sta impegnando per innescare in loro il senso della comunità, della condivisione e per tutta quella parte di rom coinvolti nella malavita organizzata anche un percorso di redenzione. Ci sono attualmente 5 sacerdoti di origine zigana in Ungheria, i quali possono essere ascoltati e accettati in misura maggiore rispetto a quelli ungheresi, che comunque sono molto impegnati in questa missione. Quando ero viceparroco a Budapest ho partecipato, per esempio, a una iniziativa molto interessante che ha visto la partecipazione di 34 rom, tra i quali anche alcune persone per precedenti con la giustizia. In una settimana abbiamo intrapreso un percorso spirituale che ha portato il venerdì alle prime confessioni, il sabato ai battesimi e alle nozze e alla domenica alla comunione. Tre generazioni sono entrate così nella vita della Chiesa, prendendo consapevolezza di cosa significhi crimine, peccato e redenzione. Grazie al sentimento della riconciliazione abbiamo creato un legame che supera le differenze di identità, cultura e lingua, ma che mira a creare una convivenza pacifica, dove non ci si limita a stare l’uno accanto all’altro ma si impara a stare insieme”.

Altri articoli in Archivio

Archivio

Informativa sulla Privacy