L’Italia è piena di preti” “che stanno “sulla strada”” “e “danno fastidio”

Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha delineato l'identikit: non sono "supereroi", ma gente che "giorno per giorno porta avanti la carretta". E ancora: parroci di periferia che vogliono vivere fino in fondo quello che leggono nel Vangelo, senza "troppi sotterfugi o giri di parole". Sacerdoti che "mostrano con i fatti che si può fare i preti diversamente e la gente lo capisce"

La straordinarietà dell’ordinario. Quella di una Chiesa che "interferisce" con la vita degli uomini. Fino al punto da creare fastidio. Da diventare ingombrante non solo per chi percorre con pervicacia i sentieri del malaffare, ma anche per la schiera – sempre ben nutrita – dei cosiddetti benpensanti, pronti a puntare il dito nella direzione di chi sceglie la strada come "maestra" di uno stile di compagnia, di empatia, di condivisione delle sorti di chi abita il nostro tempo. Soprattutto di chi vive ai margini e "in periferia", a qualunque latitudine.Che cosa hanno in comune don Luigi Ciotti e i "curas villeros", i preti delle periferie di Buenos Aires che il cardinale Bergoglio ha scelto come avamposti della missione? Ce lo spiega un libro di Silvina Premat, "Preti alla fine del mondo", appena uscito per i tipi della Emi, e del quale monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha dato una lettura sapienziale, individuandone il filo rosso nell’identikit del sacerdote che ne viene fuori."L’impegno dei preti villeros è straordinario, al di là dei risultati, per la normalità e semplicità con cui si presenta e racconta", scrive il fondatore di Libera nella prefazione al volume. "Per la morte di padre Carlos, per i suoi assassini materiali, per quelli che furono gli ideologi della sua morte, per i silenzi complici di gran parte della società e per le volte che, come membri della Chiesa, non abbiamo avuto il coraggio di denunciare il suo assassino, Signore abbi pietà". A parlare così, il 9 ottobre 1999, giorno in cui i resti di padre Carlos Murgica, ucciso l’11 maggio del 1974 davanti alla chiesa dove aveva appena finito di celebrare la messa, vengono trasferiti dal cimitero della Recoleta nella cappella di Villa 31, dove aveva operato, è Jorge Mario Bergoglio, che aveva collocato le "periferie" al centro del suo impegno pastorale poco dopo essere stato eletto arcivescovo e le ha confermate una volta salito al soglio pontificio. Il libro di Silvina Premat comincia con le minacce di morte a padre Pepe Di Paola, a cui il cardinale Bergoglio ha affidato la responsabilità di coordinare il primo nucleo di "curas villeros" e a scriverne nell’introduzione – per una singolare coincidenza che risulta difficile attribuire al caso – è proprio il fondatore di Libera, di recente minacciato di morte dal boss mafioso Totò Riina. Monsignor Galantino definisce queste minacce "preoccupanti", e non "farneticanti" come vorrebbe qualcuno. E poi spiega come i preti delle periferie non sono "supereroi", ma gente che "giorno per giorno porta avanti la carretta": in Argentina, in Brasile, in Africa, in Italia…Sì, anche l’Italia: perché l’Italia è "piena di preti" e di vescovi che, come i "curas villeros", stanno "sulla strada" ma spesso "danno fastidio". Di parroci di periferia che vogliono vivere fino in fondo quello che leggono nel Vangelo, senza "troppi sotterfugi o giri di parole". Preti che danno fastidio, "perché mostrano con i fatti che si può fare i preti diversamente e la gente lo capisce". Attenzione, però, a non cadere nel pericolo opposto: ingrossare le fila di coloro che "battono le mani" ai preti di periferia mettendoli volutamente in contrasto con "gli altri". I preti "di strada" non sono "altri" rispetto a quelli che celebrano l’Eucaristia o amministrano i sacramenti, ai sacerdoti che guidano le processioni o danno la benedizione al loro popolo. È la preghiera la fonte da cui parte tutto, è proprio perché pregano che i preti – tutti i preti – sono quello che sono e fanno quel che fanno.No, allora, a preti malati di burocrazia. Perché la burocrazia, ha spiegato il segretario della Cei, non è solo quella delle carte, ma è anche quella della testa e del cuore. E per capire ciò che alberga nel cuore di Papa Francesco basta osservare lo speciale rapporto che Bergoglio aveva, già da cardinale, con i suoi villeros: solo così arriviamo pienamente a comprendere che espressioni divenute ormai familiari del lessico papale – la Chiesa in uscita, la cultura dello scarto, le periferie esistenziali, i pastori con l’odore delle pecore – non sono slogan. Per Papa Francesco, la Chiesa in uscita "non è solo una Chiesa che esce e va a dare, ma è una Chiesa che esce e va a imparare qualcosa. Se non va a imparare, non è una Chiesa in uscita, ma una nuova forma di colonizzazione". "In quelle strade e periferie sono andato sempre a imparare, mai a insegnare", scrive don Ciotti tracciando un bilancio dei 50 anni del Gruppo Abele. "Abbiamo accettato di vivere nelle villas, di conoscerne e amarne gli abitanti come se fossimo nati in mezzo a loro, di attraversare le loro stesse difficoltà condividendone la vita quotidiana", la lezione di padre Pepe Di Paola, che il 3 aprile 2009 presentò un documento di denuncia contro il traffico di droga nelle villas. I narcos risposero minacciando di morte il sacerdote che, nel febbraio 2011, si trasferì in una parrocchia di campagna a circa 1.200 chilometri da Buenos Aires. Ma alla fine del 2012 padre Pepe è ritornato nelle sue villas.

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