Ancora sangue nel mondo Cosa insegna la storia?

I conflitti in atto in Europa, Medio Oriente e Mediterraneo interrogano la coscienza dell'umanità

A cento anni dall’inizio della prima guerra mondiale, a settant’anni dalla moltiplicazione da parte dei nazisti di massacri orrendi in tutta Europa con il secondo conflitto planetario, il mese di agosto è parso confermare che è il mese di tutti drammi.
In questo agosto 2014 si sono svolte in tanti luoghi le commemorazioni e le cerimonie, sempre assai commoventi, di ricordo. Si trattava di fare memoria della partenza, nel cuore dell’estate 1914, di milioni di giovani europei per il grande massacro (“l’inutile strage”, disse Papa Benedetto XV), e di ricordare le numerose esecuzioni di massa dell’estate 1944. È stata l’occasione non soltanto di richiamare un passato doloroso, ma anche di inserire questo passato nel presente, per affermare le lezioni di tali eventi per il nostro presente e il nostro futuro. Abbiamo sentito le parole dei capi di Stato, dei ministri, dei sindaci, delle organizzazioni di reduci: mai più la guerra, mai più il razzismo e l’antisemitismo, mai più l’odio, mai più le rovine, il dolore e le lacrime; sì alla pace, alla solidarietà, all’amicizia tra i popoli.
Eppure nello stesso tempo, il mondo si è riempito del rumore dei bombardamenti, delle grida dei feriti, del pianto per i morti, del clamore dei popoli in fuga, con una nuova crudeltà e un cinismo sempre rinnovato. Il Novecento, secolo di ferro e di massacri di massa, ha passato il testimone a un nuovo secolo che sembra possa essere peggiore. Nel centro dell’Europa l’Ucraina affonda nella guerra civile, dove qualcuno può abbattere un aereo civile senza temere nessuna conseguenza; in Terra Santa le prospettive di pace sono sempre più lontane; soprattutto questo terribile agosto è stato il mese del martirio dei cristiani dell’Iraq e della Siria. E non si può certo dimenticare il martirio senza fine delle ragazze della Nigeria, mentre nelle città dell’Europa abbiamo sentito di nuovo slogan e minacce col tratto dell’antisemitismo che pensavamo spariti da anni.
Il mondo è tornato barbaro. Assistiamo a una globalizzazione della barbarie.
Che fare? Il mondo delle democrazie e dei diritti dell’uomo si trova in grande difficoltà per impedire alla barbarie di progredire. Utilizzare le armi? La diplomazia – salvo, ci auguriamo, in Europa – è in un vicolo cieco, e sbatte contro il muro alto del fanatismo.
Ma tensioni e conflitti, lo sappiamo bene, aggiungono guerra alla guerra, moltiplicano le sofferenze senza fornire soluzioni durevoli. Siamo di fronte a una crisi crescente delle relazioni internazionali, quando ormai gli Stati non rispettano nessuna regola, quando le istituzioni internazionali rivelano la loro incapacità a imporre una qualunque regola. I fatti dell’Iraq sono un grande rivelatore di tale crisi fondamentale. Anche la diplomazia vaticana incontra difficoltà nuove, in particolare nei confronti della sorte dei cristiani in Oriente, soprattutto in Iraq, perché si trova di fronte a strutture e organizzazioni che non riconoscono nessuna forma di umanesimo, il dialogo non fa parte della loro cultura.
Restano la solidarietà e l’accoglienza. Bisogna salutare l’impegno di alcuni Paesi europei per accogliere numerosi rifugiati, nonostante la crisi economica. Bisogna salutare soprattutto le innumerevoli iniziative delle organizzazioni cattoliche che si assumono tutti i rischi per essere sempre presenti sul terreno, per portare ai perseguitati gli aiuti necessari per sopravvivere. Resta la parola aperta al dialogo, anche al dialogo più difficile e rischioso, che ripete senza sosta Papa Francesco.
Ma tanti anni dopo le grandi crisi del secolo passato, cosa ha imparato l’umanità?

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