E così prende forma” “un’Europa differente

Persone, programmi, voti: il Parlamento Ue al centro dei negoziati per la futura Commissione

Quanto è avvenuto nelle ultime settimane fra Strasburgo e Bruxelles resterà quasi certamente nella storia europea. Forse un giorno approderà persino sui libri di storia. Ma sin da ora si può affermare che, dal voto del 22-25 maggio, l’Unione di 28 popoli e Stati ha progressivamente subito una sterzata, capace di imprimere una diversa direzione al suo cammino ultrasessantennale.
Le urne per l’Europarlamento hanno fatto risuonare le voci dei cittadini. Recandosi ai seggi, oppure disertandoli, i 500 milioni di europei hanno espresso la loro volontà: chi ha sostenuto una costruzione comunitaria rafforzata e più efficace; chi una Ue diversa, pur sempre utile, ma meno “invadente” rispetto alle prerogative statali; chi, con modalità differenti, ha detto semplicemente no a una convergenza ulteriore.
All’interno del neo eletto Parlamento di Strasburgo, dove prevalgono le forze favorevoli a passi avanti nell’integrazione, si sta in questi giorni valutando la candidatura di Jean-Claude Juncker – esponente del Partito popolare, risultato il più votato dai cittadini – alla presidenza della Commissione, dopo che sul suo nome si è registrata la convergenza di 26 dei 28 capi di Stato e di governo, riuniti il 26 e 27 giugno al vertice di Bruxelles. Lo stesso Juncker, lussemburghese, con un lungo curriculum istituzionale, ha incontrato l’8 e il 9 luglio i gruppi che siedono nell’emiciclo, ascoltandone le richieste politiche e abbozzando la sua “idea di Europa” rispetto alle sfide in atto, che spaziano dalla crescita economica all’occupazione, dalla difesa della salute alla tutela dei consumatori, dall’ambiente alla cultura, dalle infrastrutture all’energia, dallo sviluppo regionale alle migrazioni… La prossima settimana Juncker si presenterà nell’aula di Strasburgo per illustrare un programma quinquennale (tanto dura il mandato della Commissione), sottoponendolo al voto della plenaria il 15 luglio. La maggioranza di cui ha bisogno è di 376 voti su 751 eurodeputati.
Se riuscisse a ottenere il via libera, Juncker dovrà in seguito proporre, di concerto con gli Stati membri, i nomi dei 27 candidati a commissario, uno per Paese. Questi saranno sottoposti a settembre alle audizioni, dopo di che l’Eurocamera voterà la composizione del collegio entro ottobre, per entrare in carica il 1° novembre.
Questa complessa procedura, delineata dal Trattato di Lisbona, apporta poche ma significative novità ai “rituali” comunitari, proceduti dagli anni ’50 ad oggi con una prevalenza di decisioni intergovernative rispetto alle forme della democrazia parlamentare. In questa fase, infatti, il Parlamento europeo è al centro delle trattative per definire le più alte cariche dell’Unione e, in particolare, quella di capo dell’Esecutivo. I governi dei Paesi membri devono scendere a patti con gli eurodeputati eletti a suffragio universale: è come se i vari Merkel e Hollande, Cameron e Renzi, Tusk e Rajoy, fossero stati chiamati a render conto a ogni singolo elettore.
Il Parlamento di Strasburgo, inoltre, non solo valuta il candidato alla presidenza della Commissione, sul quale esprime un voto decisivo (Juncker potrebbe anche non ottenere la maggioranza e quindi il Consiglio europeo dovrebbe individuare un diverso candidato), ma entra nel merito dei suoi programmi, delle soluzioni da questo individuate per affrontare le piccole e grandi questioni di competenza dell’Unione. In pratica, l’Euroassemblea può finalmente imprimere una certa direzione di marcia alle politiche europee. E anche questa è una novità perché – pur gradualmente – l’emiciclo diviene un organo politico a tutto tondo, andando oltre le sue attuali sfere di competenza, già ampliatesi con Lisbona, e relative alle legislazione e al bilancio dell’Unione.
La partecipazione alla scelta delle personalità, dei programmi e delle strategie comunitarie fa dell’Europarlamento un pilastro della futura Ue, contribuendo a modificare il volto della stessa democrazia europea. Una democrazia che, come tale, prevede confronto su valori e grandi obiettivi, da tradurre in programmi di governo, da perseguire mediante mediazioni, decisioni, regole condivise, tempi adeguati.
Questa nuova Europa che va delineandosi deve però essere coerente con la volontà della maggioranza dei cittadini (almeno di quelli che hanno espresso il loro voto); deve corrispondere a una reale volontà politica; non può mancare, in senso più ampio, di un progetto di lungo respiro e persino di un “sogno” europeo. In questi frangenti si va di fatto modellando un’esperienza comunitaria diversa persino da quella che avevano intravisto i “padri fondatori”: ed è più che comprensibile dato che il contesto storico, politico, economico è assolutamente diverso da quello della metà del ‘900.
Jean Monnet, che siede tra quei “padri”, il 3 maggio 1950, a pochi giorni dalla Dichiarazione Schuman che fu la pietra miliare dell’integrazione, affermava: “L’Europa non è mai esistita. Non è la somma di sovranità riunite in Consigli che crea una entità. Bisogna creare davvero l’Europa”. Sono parole che – depurate dalla distanza temporale – possono valere anche per l’oggi.

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