“Ricostruire la speranza”

Alcuni segretari delle Conferenze episcopali riflettono sul futuro del Vecchio continente

Sì, l’Europa può essere, oggi, un segno di speranza e uno strumento per un domani migliore. Fondato sulla convivenza tra i popoli, sul rispetto della vita di ogni persona, capace di creare opportunità per i giovani senza trascurare le persone più deboli che rischiamo l’emarginazione sociale. Un’Europa che, nell’era globale, sappia essere un “punto di riferimento” per gli altri continenti. Un giro di pareri tra alcuni segretari delle Conferenze episcopali di vari Paesi tocca molteplici aspetti dell’attualità, pone in luce le diversità di tante situazioni nazionali, ma tende anche a rilevare una “tensione all’unità” tutt’altro che scontata.

Rafforzare il senso di fraternità. “Dopo le elezioni per il Parlamento di Strasburgo è rimasto un senso di attesa in Europa. C’è una aspettativa diffusa, la speranza di ricevere risposte alle richieste che arrivano direttamente dai cittadini. Ma credo ci sia anche voglia di sapere se il progetto comunitario sarà in grado di rispondere al bisogno di solidarietà”, che è cresciuto durante questi anni di crisi. “E se esso saprà rispettare il criterio di sussidiarietà”. Mons. Gearóid Dullea è il segretario della Conferenza episcopale irlandese. A Sir Europa segnala una ricerca di giustizia sociale che si va rafforzando proprio in conseguenza dei segni pesanti lasciati dalla recessione. Un’Europa dei popoli e degli Stati “deve mettere al centro dell’attenzione – specifica – i poveri, i giovani, le persone anziane e sole. Occorre dar voce a chi non riesce a farsi ascoltare dalla politica”. Da qui un’ulteriore osservazione: “Va costruita, a tutti i livelli, una politica attenta ai valori umani e morali – puntualizza Dullea -, rafforzando il senso di fraternità”.

Diritto e democrazia. Mons. Ivo Tomasevic è il portavoce e segretario dei vescovi di Bosnia-Erzegovina. La sua visione d’Europa non può che partire da un Paese ancora profondamente segnato dal conflitto degli anni ’90 e che per tanti versi si sente ai margini del continente. “Noi siamo al di fuori dell’Ue, e devo riconoscere che ci sentiamo piuttosto lontani” da Bruxellese e dal processo di integrazione. “A casa nostra pesa ancora la violenza che ha frammentato la regione, si sperimentano un deficit di giustizia e il ritardo nella fruizione dei diritti più elementari. Abbiamo bisogno di realizzare una nazione fondata sullo stato di diritto, sulla democrazia, sui diritti”, così come è scritto nello statuto del Consiglio d’Europa, cui la Bosnia-Erzegovina aderisce, e nei Trattati dell’Ue, dove Zagabria spera di approdare in un futuro non troppo lontano. “Durante il comunismo i diritti restavano sulla carta, ora li vorremmo vedere realizzati”, spiega Tomasevic, ma “occorre rimuovere gli ostacoli” che si frappongono sul cammino. Gli accordi di Dayton non hanno definito una strada di piena pacificazione. “Forse per questo molti di noi sperano nell’adesione all’Ue”.

Rinunciare al dio-denaro. Dalla Russia arrivano altri tipi di osservazioni. “Io ritengo che i nostri giovani possano sperare in un’Europa pacificata e prospera, senza più conflitti. Ma è necessario, per raggiungere l’obiettivo, che ciascuno cambi dentro, giungendo a una mentalità di solidarietà e fraternità”. Don Igor Kovalevskiy è il segretario della Conferenza episcopale russa. Ovviamente il suo primo pensiero va alle tensioni in atto con la vicina Ucraina e pronuncia parole che spiazzano: “Non sappiamo cosa accadrà domani nei nostri Paesi – afferma -. La situazione è difficile. Insistiamo con la preghiera: per le autorità russe, per quelle ucraine, perché sappiamo risolvere i problemi attuali così da ridare speranza ai popoli”. Quindi torna sull’atteggiamento personale: “Per arrivare ai grandi risultati occorre però una conversione profonda delle coscienze”, osserva don Kovalevskiy. Spesso si parla di ‘desovietizzazione’, di superare le vecchie mentalità. È vero, ma dobbiamo pure rinunciare agli egoismi, al nuovo dio-mammona che rischia di essere l’unico dio in cui crediamo”.

Valorizzare le radici. “Pace e riconciliazione sono sempre da costruire, giorno per giorno. Sono una conquista quotidiana. Ce lo ricordano quelle situazioni di violenza o di tensione che persistono in Europa: basti pensare all’Ucraina o ai Balcani…”. Padre Olivier Ribadeau Dumas svolge il compito di segretario generale dei vescovi di Francia. I termini pace e dialogo ricorrono nel suo vocabolario. “Tra est e ovest del continente permangono grandi differenze”; le istituzioni europee “possono però svolgere un ruolo di avvicinamento, anche sul piano della convivenza. L’Europa ha bisogno di rinnovare il progetto unitario”, valorizzando “quella parte di verità di cui ogni popolo è portatore”. Padre Ribadeau Dumas vede l’Europa “come una unità. Lo si vede, ad esempio, se si osserva la presenza cristiana, che è un filo rosso che lega insieme, fra storia e attualità, tutti i Paesi” del vecchio continente. “La responsabilità della politica europea sta anche nel poggiare su queste radici comuni, per poter costruire un futuro migliore, al servizio dei cittadini”.

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