Ilva con le casse vuote ” “ma il Paese è distratto” “

In gioco il destino di una grande fabbrica del Sud sospesa tra il bisogno di nuovi soci forti e la contingenza di provvedimenti giudiziari molto consoni al dettato legislativo, un po' scollegati dalla realtà produttiva. Rifornirsi di acciaio coreano o cinese, per un'azienda manifatturiera del Nordovest, non è la stessa cosa che comprare in casa: i costi si scaricherebbero sull'intera economia italiana" "

L’allarme l’ha lanciato il presidente della Commissione industria del Senato, Massimo Mucchetti: l’Ilva di Taranto non ha in cassa i soldi per pagare gli stipendi di giugno, e non ha le garanzie da offrire per acquistare una partita di ferro in partenza dal Brasile, per proseguire la produzione. Servirebbe un centinaio di milioni di euro ma le banche – che sono esposte per la mostruosa somma di 1,2 miliardi di euro – hanno chiuso i rubinetti alla più grande acciaieria italiana, che è da tempo commissariata e immersa tra decreti, sentenze, sequestri giudiziari, piani industriali da presentare, consulenze strategiche e decisioni (o indecisioni) politiche. In queste condizioni, alimenterebbe un crack che sarebbe pure il loro.Non sembra però che sull’Ilva, la più grande azienda pugliese, i cui laminati d’acciaio sono vitali per la manifattura italiana, preoccupi più di tanto un Paese arrovellato dal futuro di Balotelli o dal dare o meno l’immunità ai membri del futuro Senato. Mentre Sagunto si spegne, Roma scombussola tutto sostituendo il commissario Enrico Bondi – che di risanamenti se ne intende, Parmalat docet – con un uomo di numeri (ma non di industria) come Piero Gnudi. Forse è vero che in questo momento servono più conoscenze bancarie che ingegneristiche, ma questo cambio porta con sé ulteriori complicazioni e cambiamenti, quindi sostanziale immobilismo nel breve termine.Sullo sfondo c’è appunto il destino di una grande fabbrica sospesa tra il bisogno di nuovi soci forti e la contingenza di provvedimenti giudiziari molto consoni al dettato legislativo, un po’ scollegati dalla realtà produttiva. Il cremonese Arvedi – ormai unico uomo forte rimasto nella siderurgia italiana – ci sta facendo un pensierino, ma solo se affiancato da un grande gruppo minerario straniero (va da sé: di italiani non ce ne sono). Gli indiani di Arcelor Mittal sono gli unici finora che si sono messi alla finestra, ma non è detto che siano interessati ad acquistare per valorizzare, stante l’eccesso di stabilimenti che hanno in Europa.Ma più di tutti interessa una continuità aziendale che deve sì cambiare il passo rispetto all’impatto ambientale che ha nei confronti della città di Taranto, ma non essere compromessa. Rifornirsi di acciaio coreano o cinese, per un’azienda manifatturiera del Nordovest, non è la stessa cosa che comprare in casa: le difficoltà e l’aumento dei costi si scaricherebbero sull’intera economia italiana. Mezza città, non tra le più floride d’Italia, collasserebbe senza Ilva. E può questo Paese permettersi di rinunciare alla siderurgia, alla chimica, all’informatica, al tessile, alle raffinerie e alle centrali termoelettriche (in progressiva chiusura) per affidarsi solo agli agriturismi e alle gelaterie? E perché gli straordinari alla Maserati fanno discutere per giorni, mentre gli altoforni dell’Ilva si spengono dentro la nostra indifferenza?Risposta non c’è, ma deve esserci.

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