“Popolo senza Stato”” “Anche il Friuli soffre

Il problema irrisolto è ancora quello del 1914: lo status delle minoranze culturali e linguistiche, dei "popoli senza Stato", troppo spesso compressi nei loro diritti naturali. Prerogative enunciate in molte Costituzioni e convenzioni internazionali, ma mai attuate in molti Paesi, tra i quali sicuramente l'Italia (e il popolo friulano ne soffre moltissimo)

Aria di rievocazioni storiche in Europa. Un secolo fa, il 28 giugno del 1914, il nazionalista serbo Gavrilo Princip uccideva in un attentato a Sarajevo il principe ereditario della corona d’Austria, Franz Ferdinand, e la moglie Sofia. Fu la "scintilla" che diede luogo allo sconfinato incendio della prima guerra mondiale con i suoi milioni di morti e la devastazione dell’intera Europa o quasi. Tante parole, tante iniziative, anche in Friuli. Ma da quell’evento, l’Europa cosa ha imparato per non cadere più negli stessi errori? Ed ha effettivamente imparato qualcosa?A guardarsi in giro per il Vecchio Continente, si direbbe proprio che abbiamo imparato poco. E per comprenderlo basterebbe proprio partire da Sarajevo. Come abbiamo imparato tutti sui banchi di scuola, non fu certo l’irredentismo serbo (e i tanti altri irredentismi e nazionalismi in auge nel 1914) a provocare la Grande Guerra. Fu una "scusa", il detonatore inarrestabile a suon di "ultimatum" tra grandi potenze dietro al quale si esprimeva in realtà una enorme guerra economica tra imperi centrali e governi della Triplice Intesa.Se guardiamo all’Europa di oggi, dobbiamo certo riconoscere che sono stati fatti tanti passi in avanti sul cammino della coesistenza pacifica tra i popoli. Il più degno di nota è sicuramente il processo d’integrazione europea, che purtroppo però ha perso slancio d’idealità ed è impantanato nelle pastoie della moneta unica e del Patto di stabilità. Le forti difficoltà economiche di molti Paesi europei alla lunga possono creare un clima di contrasto e di sospetto anche tra popoli dai lunghi e intensi legami. Nel 1914 il problema era più che altro quello del protezionismo economico, oggi la malattia si chiama piuttosto globalizzazione troppo spinta, che crea forti perturbazioni e cambiamenti troppo rapidi nel tessuto socio-economico e culturale.Si crea così un rinnovato sottofondo di possibili contrasti tra Paesi vincenti che ce la fanno e prosperano e Paesi perdenti che invece arretrano e impoveriscono. Questi ultimi, complice la moneta unica e l’impossibilità di difendersi con la svalutazione del tasso di cambio della propria valuta, vedono irrimediabilmente fluire verso le aree europee forti i propri fattori produttivi mobili (i capitali e il lavoro, sotto forma di giovani che emigrano) mentre quelli fissi (la terra e le risorse naturali che non si possono spostare) sono sempre più oggetto di "shopping" da parte di imprese estere e multinazionali. Su tutto ciò si innesta poi l’antico problema, mai risolto, delle aspirazioni dei popoli.Mai come oggi, in Europa, si parla tanto di secessioni, di aggiustamento di confini, di minoranze culturalmente ed economicamente oppresse. Il caso più esplosivo (anzi… già ampiamente esploso) è quello delle minoranze russe in Ucraina. Ma anche la ex Jugoslavia è una casamatta pronta a deflagrare. A Sarajevo, 100 anni dopo, l’equilibrio etnico è quanto mai precario, come anche in Kosovo e in Macedonia. Anche in Europa occidentale i casi di secessionismo sono molti e coinvolgono Stati unitari da lunga data, dalla Catalogna alla Scozia, dalla Fiandre ai Paesi Baschi, fino al Veneto.Il problema irrisolto è ancora quello del 1914: lo status delle minoranze culturali e linguistiche, dei "popoli senza Stato", troppo spesso compressi nei loro diritti naturali. Prerogative enunciate in molte Costituzioni e convenzioni internazionali, ma mai attuate in molti Paesi, tra i quali sicuramente l’Italia (e il popolo friulano ne soffre moltissimo).Se l’Europa non affronterà seriamente questo nodo cruciale con un balzo in avanti della democrazia, dell’autonomia e della sussidiarietà a tutti i livelli per realizzare l’Europa dei popoli, capace di accogliere e valorizzare ogni cultura, l’intreccio con le tensioni economiche dettate dalla globalizzazione rischia di diventare molto pericoloso.Occorre superare al più presto l’obsoleta forma dello Stato nazionale (uno Stato, una lingua, un popolo) per fare spazio a società più evolute, aperte e pluralistiche. L’Ucraina insegna: crisi economica, democrazia fragile, assenza di diritti delle minoranze creano l’humus fertile per un possibile nuovo scontro tra potenze. (*) direttore "La Vita Cattolica" (Udine)

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