Dopo il jolly di Draghi” “ora tocca ai governi

Tagliato il tasso di sconto allo 0,15%. Alle banche addirittura costerà lasciare depositi di liquidità in seno alla Bce: un modo per stimolarle ad utilizzarla. Ma Renzi e i suoi sanno che bisogna assolutamente variare il perimetro della spesa pubblica, possibilmente ridurla e qualificarla. Con un occhio di riguardo alle famiglie e ai ceti produttivi

A prima vista, viene in mente l’immagine del paziente che rischia l’arresto cardiaco, con il medico che gli applica le piastre sul petto per dargli una scossa risolutiva: o si rianima, o l’abbiamo perduto. Il medico sarebbe Mario Draghi, il paziente è l’Eurozona – i cui tassi di crescita stanno lentamente diventando di decrescita -; la scossa è data dall’abbassamento del costo del denaro al minimo storico. La Bce ha infatti tagliato il tasso di sconto allo 0,15%, insomma è gratis; in più alle banche addirittura costerà lasciare depositi di liquidità in seno alla Bce: un modo per stimolarle ad utilizzarla. Ma non è tutto: con adeguati strumenti, Draghi inonderà di moneta l’eurozona, e obbligherà le banche a mettere in circolazione più risorse possibili. È tutto? Per ora sì, ma il governatore della Bce ha detto chiaramente che si riserva di fare altro ancora per rianimare le economie dell’eurozona, per non rischiare insomma di cadere nella deflazione.
Ne abbiamo già parlato: si può star male per febbre alta (inflazione, il terrore della Germania che ha condizionato le politiche comunitarie fino ad ora), ma pure per ipotermia (deflazione). Anzi, questa è subdola e difficile da debellare: il Giappone ne ha sofferto per più di vent’anni. Se i consumi calano, parte la catena di Sant’Antonio: le aziende non investono, non assumono, cala il reddito disponibile, quindi diminuiscono ancor più i consumi… via via impoverendoci.
Ma la, anzi le mosse di Draghi – quelle attuali e quelle future se questa potente scossa non dovesse dare esiti positivi – non sono comunque risolutive se non accompagnate da altri fattori su cui la Bce può poco o nulla. I soldi gratis stimolano sì gli investimenti, ma questi si fanno per soddisfare una richiesta di mercato, non perché siano più convenienti. Insomma, devono ripartire i consumi, e su questo fronte le responsabilità dei governi sono assai maggiori di quelle della Bce.
Se le politiche interne svuotano le tasche dei cittadini (ad esempio, per finanziare una spesa pubblica abnorme e di bassa qualità o un welfare non più sostenibile), hai voglia di approfittare dei tassi zero che fioccheranno d’ora in poi sugli acquisti a rate di auto o arredamenti. E con questo discorso atterriamo in territorio italiano, lo Stato dell’Eurozona più in difficoltà ad agganciare la ripresa economica.
S’è vista l’enorme difficoltà che ha avuto il governo Renzi a lasciare qualche decina di euro in più nelle buste paga dei lavoratori dipendenti. A fatica ha trovato le risorse per quest’anno (e i prossimi?), ma non riesce ad estendere il limitato bonus a pensionati e lavoratori indipendenti. Insomma, a perimetro invariato, un governo riesce a disporre di pochi miliardi di euro, su un bilancio annuale di 800 miliardi di euro. Quindi bisognerà variare il perimetro, cambiare la spesa pubblica, possibilmente ridurla, possibilmente qualificarla. Perché è una zavorra che ci sta portando a fondo.
D’altro canto, la loro parte la devono fare pure le banche, altro settore negli ultimi anni gestito con l’allegria di uno Stato e la spregiudicatezza di un casinò. La Banca d’Italia da un paio d’anni ha stretto la cinghia attorno a gestioni discutibili o incapaci; la Bce ha preteso criteri patrimoniali molto più severi e stringenti. Insomma qui le cose stanno davvero cambiando, al contrario di quanto sta accadendo al sistema-Italia, che dal 2011 in poi ha subìto molti salassi ma nessuna vera operazione chirurgica. Ora tocca a Renzi&co approfittare del jolly distribuito dalla Bce: se sapranno giocarselo, potranno intestarsi il merito di aver cambiato l’Italia facendola uscire dalla peggior crisi dal Dopoguerra.
Altrimenti faranno rapidamente la fine di un Letta qualunque.

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