Credere in un Paese diviso

Fuga dei cattolici: ogni anno 2mila in meno. Ma la Chiesa prosegue il suo annuncio evangelico

Ci sono ancora i segni, su molte case di Sarajevo forate dai proiettili, della guerra fratricida che quasi vent’anni fa ha insanguinato la Bosnia-Erzegovina. E ci sono gli spettrali cimiteri, sparsi qua e là alle pendici dei monti attorno al centro, che allineano centinaia e centinaia di cippi funebri a ricordo delle vittime. Così si è presentata la “città-martire” ai congressisti del Ccee (Consiglio delle conferenze episcopali europee), convenuti per l’incontro sulla formazione dei docenti europei. La scelta di Sarajevo come sede dei lavori non è stata casuale. In Bosnia funziona da quasi vent’anni un sistema di “Scuole per l’Europa”, volute dalla comunità cattolica, un felice tentativo di riaprire il dialogo tra le etnie e le religioni (ortodossa, musulmana e cattolica) che si sono combattute. Per comprendere la situazione odierna del Paese balcanico, Luigi Crimella, per Sir Europa, ha intervistato monsignor Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo e responsabile delle scuole cattoliche.

Mons. Sudar, qual è la situazione attuale del suo Paese?
“Lo Stato in cui si trova la Bosnia-Erzegovina, a causa di una spartizione territoriale ingiusta, è assai artificiale dal punto di vista politico e, di conseguenza, da tutti gli altri punti di vista. Una guerra orribile, causata dall’imperialismo di stampo comunista e realizzata con l’ardore dei risentimenti storici della povera gente, è terminata con una pace invivibile perché ispirata e imposta, anche questa volta, per soddisfare interessi che non hanno niente a che vedere con il bene degli abitanti della Bosnia-Erzegovina”.

Dalle sue parole sembra venire una visione abbastanza pessimistica. È così?
“In parte, sì. Purtroppo, vent’anni dopo la guerra, il Paese, per molti, risulta una società moribonda e uno Stato senza prospettiva, da cui chi può fugge. Anche la comunità cattolica vive le sue difficoltà, trovandosi da venticinque anni tra la speranza e la paura. Basti ricordare solo il fatto che in cinque secoli il numero dei cattolici in questa terra si è ridotto da circa il 90% all’attuale 18%, e che nell’ultima guerra il resto è stato dimezzato”.

Cosa è stata la guerra per la comunità cattolica?
“L’ultima guerra, che si è tradotta in un vero e proprio genocidio, con la cosiddetta ‘pulizia etnica’, ha lasciato conseguenze disastrose. Da 740.726 cattolici che si sono dichiarati come tali durante il comunismo nel 1991, oggi sono scesi a 432.177. Ogni anno il loro numero diminuisce di circa 2mila unità, come attestano i nostri uffici statistici. I cattolici che sono stati cacciati dalle proprie case sono ben il 67%, una enormità. In quattro diocesi sono stati completamente distrutti 269 edifici di culto, gravemente danneggiati 313 e danneggiati 418. In tutto sono un migliaio le chiese rovinate. Ciononostante, incoraggiata dai messaggi del Papa, la Chiesa in Bosnia ed Erzegovina ha cercato di far fronte al male e alla distruzione. Con numerosissimi appelli ha sempre cercato di condannare i crimini e di incoraggiare i tentativi positivi. Devo dire grazie alle Chiese d’Europa perché tramite le azioni delle sue istituzioni umanitarie ci ha sostenuto e ha permesso di rendere credibili il nostro desiderio di dialogo e di pace”.

Il card. Vinko Pulic, arcivescovo della città, ha recentemente parlato di rischio di una scomparsa della Chiesa cattolica? Come reagite a questa condizione così difficile?
“Devo dire che da sempre, anche durante la guerra, la risposta della Chiesa è stata non la chiusura, ma il servire la pace attraverso il servizio agli altri, ai giovani in particolare, con l’istituzione di scuole per l’Europa. Servire la pace in Bosnia ed Erzegovina coincide con la disponibilità e la capacità di aiutare la gente a vivere e lasciar vivere in pace. Abbiamo pensato che le nuove generazioni possono essere educate allo spirito della convivenza tramite scuole in cui poterne vedere gli esempi concreti e farne l’esperienza”.

Come avete pensato queste scuole?
“Le Scuole per l’Europa sono state volute e fondate durante la guerra come interetniche ed interreligiose, per la promozione della pace e dell’integrazione tramite l’educazione alla convivenza pacifica. Riteniamo che la pace e la convivenza rimangono un’illusione se non vengono supportate e alimentate dal rispetto dell’identità di ogni persona, che è il fondamento dei diritti dell’uomo. Amare l’altro come se stesso vuol dire muoversi per primo riconoscendo tutto ciò che significa la sua identità. Gesù Cristo ci ha insegnando e autorizzato a ‘conquistare’ solo con l’amore. Così la cattolicità delle nostre scuole consiste nella testimonianza del Vangelo tramite l’amore cristiano dei nostri insegnanti e dirigenti”.

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