A Tripoli e Bengasi” “regna l’anarchia” “Tutti col fiato sospeso

Il francescano padre Dominique: "La possibilità di nuovi scontri, più violenti, non è da scartare. Per il momento non ci sono state manifestazioni di ostilità contro la Chiesa". Più grave la situazione a Bengasi, dove i morti sono stati almeno 79. Lì sono rimasti solo il vescovo, due padri e alcune suore. Giudizi contrastanti sul ruolo dell'ex generale Khalifa Haftar in azione contro gli islamisti

"Domenica si è sparato per tutta la giornata e sono state bruciate auto e case, ma il lunedì è stato tranquillo, ora speriamo che non ricomincino". Padre Dominique, francescano, parla da Tripoli, dopo l’attacco sferrato contro il Parlamento da miliziani probabilmente provenienti da Zintan e schieratisi con l’ex generale Khalifa Haftar contro altri gruppi, più filogovernativi, d’ispirazione islamista. "Le scuole e gli uffici pubblici sono chiusi, ma la vita ordinaria prosegue, la gente va in strada, anche se c’è poco traffico, mentre i commerci continuano: si attende che accada qualcosa", racconta ancora il sacerdote, secondo cui "la possibilità di nuovi scontri, più violenti, non è da scartare". Una situazione simile, però, secondo la sua testimonianza, è in realtà "ormai abbastanza comune" nella capitale libica e la popolazione si è ormai "abituata all’anarchia".

Tensioni vecchie e nuove. I fatti di questi ultimi giorni, come anche le violenze che da venerdì insanguinano Bengasi (almeno 79 i morti) dopo un’operazione lanciata dallo stesso Haftar vanno inseriti in una cornice più ampia, conferma Antonio Morone, africanista, ricercatore dell’Università di Pavia ed esperto dell’area: "Già a febbraio ci furono almeno altri due tentati colpi di Stato mirati a scardinare il percorso di transizione e di consolidamento istituzionale che aveva avuto un possibile punto di svolta proprio nello stesso mese, con l’elezione dell’assemblea costituente". Uno dei due tentativi, prosegue Morone, aveva già visto come protagonista il generale Haftar e aveva mostrato "una grande linea di tensione sotterranea nello scenario libico". Il confronto vede coinvolto, innanzitutto, il governo, sostenuto "da forze laico-moderate ma progressivamente infiltrato da componenti islamiste che fanno riferimento alle milizie di Misurata, uno dei centri della rivolta anti-gheddafiana e poi della nuova scena politica libica". Questo schieramento si è connotato progressivamente per un’azione "che ha nei Fratelli Musulmani uno dei suoi modelli di riferimento", da non confondere "con il jihadismo libico che ha i suoi capisaldi a Derna e anche in alcune località della Tripolitania". Sull’altro fronte si trovano le forze più moderate e laiche che considerano, invece, le milizie di Zintan le loro protettrici. I detrattori di Haftar vedono nelle mosse dell’ex alto ufficiale "un tentativo di ‘soluzione egiziana’ della crisi, e in effetti non è da escludere ci possano essere anche una serie di referenti internazionali" a sostegno di questa possibilità, conclude Morone.

Moventi politici, non religiosi. Haftar "non è un grande leader, non si pensa che abbia il prestigio sufficiente per prendere il potere", spiega tuttavia da Tripoli padre Dominique, che parla a sua volta di "un gioco di forze" in corso, dalle conseguenze del quale sembra, però, essere stata risparmiata la piccola comunità cristiana. "Per il momento non ci sono state, durante gli ultimi scontri, manifestazioni di ostilità contro la Chiesa e da parte nostra non c’è preoccupazione particolare", afferma il religioso. A Bengasi la situazione "è peggiore", in quanto sono presenti ormai solo "il vescovo, due padri e alcune suore", conferma il francescano, che è in contatto con la minuscola comunità rimasta nella città della Libia orientale. Malgrado la violenza degli scontri nell’area, però, anche questi sono rimasti confinati alle fazioni locali. Anche quando si parla delle forze islamiche, aggiunge da parte sua Morone, bisogna tenere conto che non si tratta "di un monolite": lo stesso Haftar "si è mostrato particolarmente intransigente verso le ali più estreme e militanti dando l’assedio a Bengasi e tentando di espellere i jihadisti dalla città". D’altro canto le forze di Misurata non possono essere appiattite "sul modello, per così dire, di al-Qaeda" e proprio qui "c’è forse – secondo il ricercatore dell’Università di Pavia – una possibilità di soluzione politica" della crisi. Haftar, infatti, ha dimostrato una grande capacità operativa nell’Est, ma non è "in grado di agire da solo" a Tripoli, dove deve appoggiarsi alle forze di Zintan, che potrebbero non sostenere "una soluzione in stile egiziano". Anche secondo padre Dominique, è all’interno della Libia stessa che va cercata una soluzione: "Dall’estero – considera tristemente il francescano – nessuno vuole più impegnarsi" per il Paese nordafricano.

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