Vento di pace” “a Ground Zero

L’11 settembre 2001 è una data che ha diviso in due il corso della storia contemporanea tracciando di netto un prima e un dopo. Quel giorno i cieli americani furono violati per sempre ad opera di 19 terroristi di al-Qaeda. Dei quattro aerei dirottati due si schiantarono nel cuore palpitante della vita economica di New York, contro le Torri gemelle. Un terzo velivolo fu inviato addirittura sul Pentagono, il simbolo della forza militare a stelle e strisce nel mondo. Da quel giorno l’America non si riprese più: fu colpita nell’orgoglio nazionale. Quell’attacco era impensabile, folle, inimmaginabile. Morirono 2.983 persone, la maggiore perdita di vite su suolo americano per colpa di un attacco straniero.
No, l’America non può dimenticare. E per gestire in qualche modo quel lutto collettivo, su quel giorno gli americani hanno girato film e scritto una valanga di libri e reportage in cui i più autorevoli analisti hanno costruito tesi che affermano tutto e il contrario di tutto. Da ieri quella ferita mai sanata è stata avvolta, quasi custodita, in un grande museo. Una struttura espositiva avvolta in un’area di vetro e metallo che si estende per oltre 10mila metri quadrati. Dentro c’è di tutto: i resti degli aerei dirottati, gli oggetti personali, i frammenti in acciaio del World Trade Center, la scalinata semidistrutta che quel giorno migliaia di persone hanno sceso alla ricerca disperata di un’uscita di salvezza. In tutto 10mila oggetti, 23mila fotografie, 1.900 racconti di testimoni, 500 ore di riprese video.
Gli americani sono fatti così: hanno bisogno di allargare all’infinito gli spazi e riempire i vuoti per sentirsi a casa. Noi europei siamo diversi. Ma la diversità non può essere motivo di giudizio e polemiche. Ogni popolo ha il diritto di scegliere come ricordare i propri morti e lenire le ferite dell’anima. Ma le memorie del passato servono solo per costruire un presente più degno e un futuro migliore. Sono passati 13 anni e l’imponenza di Ground Zero è destinata oggi a fare della memoria non un pretesto per alimentare gli orgogli nazionali ma per diventare un luogo di pace e di riconciliazione tra i popoli. Altrimenti a nulla servirebbero i mausolei e le imponenze.

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