Sotto la maglia” “la scritta” “che non t’aspetti

Giacomo Granito, calciatore nei campionati minori nazionali, è uno dei punti di riferimento del movimento evangelico: "Insieme leggiamo la Bibbia e approfondiamo la figura di Cristo, cercando di portare avanti i suoi valori tramite lo sport". Francesco Favasuli, calciatore del Pisa: "In tutt'Italia oggi ci sono 11 cellule attive, da Nord a Sud". Incontri aperti anche a protestanti e cattolici

"Gesù è verità", "Io appartengo a Gesù". Sono alcune delle scritte che spesso vengono mostrate, con orgoglio, dai calciatori sotto la maglia dopo l’esultanza per un gol o per una vittoria. Una testimonianza forte della propria fede in un mondo, come quello calcistico, da sempre baluardo dell’immagine, della futilità.

Non solo calcio. A scatenare questa "onda anomala" nel calcio occidentale è stato il movimento "Atleti di Cristo", nato il 4 febbraio 1984 in Brasile, grazie a due calciatori, João Leite e Baltazar Morais, diffusosi velocemente negli altri paesi sudamericani prima di approdare, lentamente, in Europa e in Italia. Dove arriva soltanto nel 1998 quando Paulo Pereira e Paulo Sergio, sempre due calciatori, rispettivamente del Genoa e della Roma, danno vita alla prima "cellula". Il salto definitivo avviene, però, nel 2001 con il primo incontro ufficiale la domenica di Pasqua a Perugia a cui partecipano tra gli altri anche Marco Aurelio e Zè Maria, i due principali punti di riferimento per il movimento in Italia. Nel 2005 l’appuntamento annuale di Pasqua viene spostato a Milano (dove tutt’ora si tiene) e vede per la prima volta la presenza di atleti dei vari sport: dal rugby alla pallavolo, dall’atletica alla boxe. Tutti uniti per diffondere il messaggio del Vangelo attraverso lo sport, grazie anche alla presenza di atleti famosi come i calciatori Kakà, Legrottaglie, Hernanes, il pugile George Foreman, il pilota Ayrton Senna o il cestita Carlton Myers, giusto per citarne alcuni. Grazie anche a loro il movimento ha goduto di maggiore visibilità ed è riuscito ad espandersi sempre di più richiamando tra le sue braccia atleti di ogni sport e di qualsiasi categoria come spiega Giacomo Granito, calciatore nei campionati minori nazionali e, insieme a Nicola Legrottaglie, del Catania, e Jason Greenwich (curatore del sito www.atletidicristo.org) uno dei principali punti di riferimento degli Atleti di Cristo in Italia.

Ritrovarsi intorno a Cristo. "Siamo un gruppo di atleti di tutti gli sport, anche se i calciatori sono la maggioranza, che si riunisce una volta alla settimana per condividere la nostra fede in Gesù. Insieme leggiamo la Bibbia e approfondiamo la figura di Cristo, cercando di portare avanti i suoi valori tramite lo sport". Un gruppo di fedeli, quindi, che si riunisce per pregare e si apre al mondo cristiano tutto, senza fare alcuna distinzione tra le varie dottrine. "È verissimo. Il nostro – spiega Granito- è movimento evangelico, ma siamo aperti a tutti i cristiani, a tutti coloro che sentono il bisogno di condividere la propria fede in Cristo. Indipendentemente dalla propria dottrina. Non siamo né una setta, come qualcuno a volte ci ha additato, né abbiamo intenzione di sostituirci alla Chiesa. Siamo semplicemente un gruppo di cristiani che si riunisce attorno alla figura di Gesù. Poi ognuno di noi è libero di professare la propria fede, che sia evangelica, protestante o cattolica".

"11 cellule". Non a caso uno dei primi calciatori italiani ad avvicinarsi al movimento e a diventare un punto fisso per tutti gli altri è il calciatore Francesco Favasuli, cattolico e responsabile delle "cellula" di Pisa, dove attualmente gioca. "Mi sono avvicinato a questo movimento nel 2004 grazie all’incontro con Marco Aurelio e Renato Bondi. Stavo vivendo un periodo particolare della mia vita professionale e loro m’invitarono a casa loro, dove iniziai a leggere la Bibbia in modo nuovo, più approfondito. Fu un’esperienza bellissima. Prima ero un cristiano non praticante, come ce ne sono tanti. Avevo ricevuto i principi cattolici ma vivevo la mia fede in modo distaccato. Poi, dopo quell’incontro sono davvero rinato. Ora vivo tutto in modo completamente diverso. Ho trovato tanti fratelli in Cristo con cui sto condividendo qualcosa di speciale. Le differenze di fede non sono mai state un problema per me o per gli altri. Noi – prosegue Favasuli – preghiamo con tutti coloro che mettono al centro della propria vita la parola di Gesù. In tutt’Italia oggi ci sono 11 cellule attive sparse per tutto il territorio: da Nord a Sud". A questo punto la curiosità impone una domanda fin troppo facile: come cambia, se cambia, il rapporto all’interno di uno spogliatoio tra un atleta di Cristo e suoi compagni? A spiegarlo è proprio il calciatore del Pisa: "Il cambiamento, interiore ed esteriore, di chi sceglie di seguire la via di Gesù è evidente, ma, almeno per quella che è la mia esperienza, con i compagni di squadra non è mai cambiato nulla. Certo è normalissimo che all’inizio nello spogliatoio si scherzi su questa scelta e ci sia sempre quello che fa la battuta. Ma poi finisce tutto lì. L’amicizia e la stima reciproca – prosegue Favasuli – non vengono mai messe in discussione. Anzi si riesce a parlare e ad aprirsi di più. Spesso, infatti, è capitato, sia a Cava de’ Tirreni, quando giocavo con la Cavese, che ora a Pisa, che diversi compagni volessero partecipare ai nostri incontri, forse, incuriositi dal mio cambiamento. Abbiamo vissuto e condiviso momenti davvero intensi. Poi è normale che alcuni abbiano voluto proseguire il loro cammino di fede mentre altri abbiano lasciato perdere. Tutti solitamente ci chiedono, anche qualche allenatore, che quando si scende in campo la grinta e cattiveria agonistica siano immutate. Altro che porgere l’altra guancia – conclude sorridendo Favasuli – , a fine partita ci stringiamo la mano e ci abbracciamo. Ma nei 90 minuti bisogna dare tutto, sempre, senza risparmiarsi".

Altri articoli in Archivio

Archivio

Informativa sulla Privacy