Wojtyla, vero europeo” “figlio della terra polacca

La grande eredità spirituale e culturale di san Giovanni Paolo II

Nel 1980, presso la sede dell’Unesco, san Giovanni Paolo II, afferma: “Io sono figlio di una nazione che ha vissuto le più grandi esperienza della storia, che i suoi vicini hanno condannato a morte a più riprese, ma che è sopravvissuta e che è rimasta se stessa. Essa ha conservato la sua identità e ha conservato, nonostante le spartizioni e le occupazioni straniere, la sua sovranità nazionale, non appoggiandosi sulle risorse della forza fisica ma unicamente sulla sua cultura. Questa cultura si è rivelata all’occorrenza d’una potenza più grande di tutte le altre forze”.
Nel momento in cui Karol Wojtyla inizia il suo pontificato, il mondo è diviso in due blocchi contrapposti. Come scriverà più tardi nella “Centesimus annus”, a molti sembrava che tale situazione potesse essere cambiata soltanto con una guerra mondiale. Giovanni Paolo II chiede: “Può scorrere la storia contro la corrente della coscienza?”. E presto sostituisce, almeno nella politica vaticana, il principio del “salvare il salvabile” con quello del “trasformare il trasformabile”.
Molto, da allora, è stato trasformato, ma non grazie alla “forza fisica” della Santa Sede, bensì attraverso la fede e l’azione nel campo della cultura. “Plus ratio quam vis” – proclama il motto dell’Università Jagellonica, la più antica della Polonia, con sede a Cracovia.
Giovanni Paolo II era un rappresentante della tradizione jagellonica nella cultura polacca. Si tratta di una tradizione associata con l’Unione polacco-lituana, che ha creato uno stato multinazionale e religiosamente pluralista. Come ha fatto notare lo stesso Papa, un terzo dei suoi compagni di classe erano ebrei. Nell’Accademia di Cracovia, un centinaio di anni prima rispetto alla scuola di Salamanca, cercando di contrastare intellettualmente la “haeresis prussiana”, si sviluppò la teoria dei diritti delle nazioni. Paulus Vladimiri ha scritto circa la necessità della tolleranza e del dialogo tanto con gli “infedeli” (“Proximi enim nostri sunt tam fideles quam infideles indistincte”) quanto con gli ebrei (“Et Judei maxime tolerandi sunt, quia per eorum codices veritatem et fidem nostram probamus”). La visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma, quindi, non è stata una “coincidenza”. Nella filosofia sociale jagellonica è radicato l’interesse di Wojtyla per i diritti umani, i diritti della famiglia e della nazione.
È inoltre opportuno ricordare che la Polonia è un Paese che non ha mai conosciuto guerre di religione. La pratica della tolleranza religiosa è stata giuridicamente garantita dalla Confederazione di Varsavia annunciata nel 1573. La Confederazione era il primo documento in Europa che non si limitava a stabilire i rapporti tra due fedi diverse, ma garantiva la libertà di religione per tutti. “Non sono il re delle vostre coscienze”, aveva affermato il re Sigismondo Augusto (1520-1572). Questo si è riflesso nell’importanza attribuita alla libertà di coscienza nell’insegnamento di Giovanni Paolo II (“Se la coscienza non trova sicurezza nella società, allora è minacciata anche la sicurezza di tutti gli altri diritti” – New York, 1979), anche nella modalità di azione della Chiesa in quel tempo (“La chiesa propone, non impone nulla: rispetta le persone e le culture, e si ferma davanti al sacrario della coscienza”, “Redemptoris missio”). La tradizione di libertà religiosa, così come il ruolo che il cattolicesimo ha avuto nel tempo delle spartizioni della Polonia, dell’occupazione tedesca e sovietica e del comunismo, hanno provocato una associazione naturale tra la libertà e la religione: “Qui, sempre, siamo stati liberi”, poteva dunque affermare Giovanni Paolo II al Santuario di Czestochowa.
L’esperienza della seconda guerra mondiale e della insurrezione di Varsavia (1944), quando in 63 giorni circa 200mila persone furono uccise, hanno profondamente influenzato l’atteggiamento papale di risposta alla violenza nel mondo. Ciò ha riguardato sia la sua reazione alla legge marziale in Polonia, sia l’attacco al World Trade Center. Dopo l’attentato del 2001 Wojtyla ha scritto: “Quanto è recentemente avvenuto, con i terribili fatti di sangue appena ricordati, mi ha stimolato a riprendere una riflessione che spesso sgorga dal profondo del mio cuore, al ricordo di eventi storici che hanno segnato la mia vita, specialmente negli anni della mia giovinezza. Le immani sofferenze dei popoli e dei singoli, tra i quali anche non pochi miei amici e conoscenti, causate dai totalitarismi nazista e comunista, hanno sempre interpellato il mio animo e stimolato la mia preghiera. Molte volte mi sono soffermato a riflettere sulla domanda: qual è la via che porta al pieno ristabilimento dell’ordine morale e sociale così barbaramente violato? La convinzione, a cui sono giunto ragionando e confrontandomi con la Rivelazione biblica, è che non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono”.
San Giovanni Paolo II era un uomo che – come lo definiva uno dei commentatori ebraici – “sapeva come costruire i ponti su fiumi di sangue”. A volte, come nel caso della sua opposizione all’intervento americano in Iraq, ha cercato di farlo in solitudine quasi completa.
L’esperienza personale è stata probabilmente anche la ragione del suo sostegno attivo per la riunificazione dell’Europa. Ha avuto una visione chiara dell’Europa unita. Un’Europa aperta a tutte le nazioni europee, l’Europa dei “due polmoni” (cristianesimo orientale e occidentale), l’Europa delle patrie. Per questo motivo ha dichiarato come co-patroni d’Europa i santi Cirillo e Metodio, Brigida ed Edith Stein. Incoraggiando i polacchi ad aderire all’Unione europea, Papa Wojtyla ha affermato che l’Ue “ha bisogno della Polonia profondamente religiosa”. Egli era consapevole che la presenza nell’Ue poteva comportare il rischio di “soccombere in maniera acritica all’influenza di modelli culturali negativi prevalenti in Occidente”. Inoltre ha ricordato che “nel XVIII secolo, la colpa dei polacchi è che non hanno protetto il patrimonio, il cui l’ultimo difensore era il vincitore della Vienna”.
A Westerplatte, il sito della eroica difesa polacca contro l’invasione nazista, nel 1939, il Pontefice ha detto ai giovani: “Anche ognuno di voi trova nella vita una sua Westerplatte. Una dimensione dei compiti che deve assumere e adempiere. Una causa giusta, per la quale non si può non combattere. Qualche dovere, qualche obbligo da cui uno non ci si può sottrarre. Da cui non è possibile disertare. Infine un certo ordine di verità e di valori che bisogna mantenere e difendere: dentro di sé e intorno a sé” (1987). In “Trittico Romano”, Papa Giovanni Paolo II ha scritto: “Se vuoi trovare la sorgente, devi proseguire in su, controcorrente”. In un certo senso, tutta la sua vita è stata un percorso controcorrente.

Altri articoli in Archivio

Archivio

Informativa sulla Privacy