Euro-Majdan aspetta il voto

Duemila persone presidiano piazza Indipendenza mentre si preparano le Presidenziali del 25 maggio

È ancora viva Euro-Majdan, la piazza di Kiev che è stata il cuore pulsante della “Rivoluzione della dignità”. Il luogo in cui si è deciso, con la deposizione del presidente Viktor Yanukovich e l’insediamento di un nuovo governo ad interim, il destino dell’Ucraina, il Paese che con i suoi 45 milioni di abitanti è tra i più estesi dell’Est europeo. Ci sono ancora circa duemila persone che la presidiano giorno e notte. Dormono, mangiano, parlano. C’è anche chi suona un pianoforte a coda. Sono accampati dentro enormi tende militari. Ce ne sono circa una ventina disseminate in tutta la piazza e dentro si scorgono letti, coperte, vettovaglie e soprattutto tanti volti giovani. La domenica qui si tengono i comizi in vista delle elezioni presidenziali del 25 maggio. La piazza è popolata da tantissime persone: alcuni hanno partecipato alle proteste, altri invece sono arrivati dopo perché qui trovano rifugio e pasti caldi gratuiti. C’è dunque un po’ di tutto. C’è anche il rischio che qualche ubriaco di sera faccia partire qualche colpo d’arma da fuoco. Dicono però di voler rimanere in Majdan fino alle elezioni presidenziali per continuare a dire al popolo ucraino: “Noi ci siamo ancora e non dimentichiamo quanto è successo nel passato e i valori per cui abbiamo lottato”.

Oltre 100 vittime. Majdan Nezaleznosti (piazza Indipendenza) si trova tra viale Khrescatyk e via Instytuts’ta. La statua d’oro che raffigura l’Indipendenza è ancora lì, alta e maestosa, al centro di un complesso architettonico imponente. Ma dello stile neo-classico staliniano, la piazza oggi non ha più nulla. Euro-Majdan – così è stata ribattezzata dagli studenti – è rimasta intatta. È rimasta esattamente com’era alla fine delle manifestazioni: barricate, sacchetti di sabbia e pneumatici. Sono come ferite di una battaglia che ancora brucia. C’è odore di fumo nell’aria e il palazzo che era la sede dei sindacati è completamente sventrato e annerito dal fuoco. È da lì che le forze speciali della polizia hanno cacciato gli studenti costringendoli ad allontanarsi appiccando l’incendio. Sono morte più di 100 persone durante le battaglie: alcune di loro sono state colpite a morte dai cecchini appostati sopra i palazzi che costeggiano le strade principali. I volti dei morti sono ritratti nelle foto che ora campeggiano sui marciapiedi: di tanto in tanto la gente si ferma a guardarli e rimane in silenzio. C’è un ragazzo che si inginocchia davanti a loro e si fa il segno della croce.

Tensione nelle regioni orientali. Come è cambiata la vita a Kiev? “Non ha fatto in tempo a festeggiare perché si è ritrovata prima a perdere la Crimea e adesso a fronteggiare la situazione di crisi nell’est del Paese”, risponde padre Mikhaylo Melnyk, della Commissione Iustitia et Pax della Chiesa greco-cattolica ucraina. In effetti la situazione in Ucraina orientale, e in particolare nelle città di Donetsk, Lugansk, Sloviansk e Kramatorsk, la tensione è altissima. A Donetsk, per esempio, città che si è già auto-proclamata “Repubblica popolare”, sono stati messi in prigione quattro giornalisti stranieri e altrettanti giornalisti ucraini. In realtà di loro non si hanno notizie, sono ufficialmente scomparsi. In settimana il ministro degli Esteri ucraino ha chiesto alla Federazione Russa di rispettare l’accordo di Ginevra firmato lo scorso 17 aprile da Stati Uniti, Russia, Ucraina e Unione europa per una de-escalation della crisi. Il ministro ha anche denunciato che la Federazione Russa continua a intensificare le sue forze armate al confine ucraino. Nella città di Kramatorsk uomini non identificati hanno sparato nei giorni scorsi contro un elicottero delle forze armate ucraine mentre nella città di Kharkiv si sono svolte, per fortuna in modo pacifico e senza scontri, due manifestazioni, una pro Ucraina e l’altra per la federalizzazione del Paese.

Un futuro non facile. Molto si giocherà con le elezioni presidenziali del 25 maggio. Ma il compito di risollevare il Paese per chiunque andrà al potere non sarà per niente facile: le casse dello Stato sono a zero, anzi sotto zero sebbene gli aiuti della Bce, del Fondo monetario internazionale e dell’Europa abbiano ridato un po’ di fiato alla valuta locale, la gryvnia. Risuonano forti, in un contesto ancora così fragile e ferito, le parole di Papa Francesco che a Pasqua ha dedicato un appello di pace anche all’Ucraina, “perché – ha detto – tutte le parti interessate, sostenute dalla comunità internazionale, intraprendano ogni sforzo per impedire la violenza e costruire in uno spirito di unità e di dialogo, il futuro del Paese”. E c’è dunque molta attesa per l’incontro che il 26 aprile il premier ad interim Arseny Yatsenyuk avrà con Papa Francesco.

dall’inviata Sir Europa a Kiev, Maria Chiara Biagioni

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