Balcani, Chiese nazionali

La Conferenza episcopale "Cirillo e Metodio" mira a riorganizzarsi in 4 organismi diversi

La settimana scorsa nella città di Zrenjanin, nella regione Vojvodina in Serbia, si è svolta l’assemblea plenaria della Conferenza episcopale internazionale “Ss. Cirillo e Metodio” che comprende la Serbia, il Montenegro, la Macedonia e il Kosovo. Hanno partecipato il nunzio apostolico a Belgrado mons. Orlando Antonini, il presidente della Conferenza, mons. Zef Gashi, vescovo di Antivari (Montenegro), mons. Stanislav Hocevar, arcivescovo di Belgrado, l’esarca per i cattolici di rito orientale per la Serbia e Montenegro, mons. Djura Dzudzar, e gli altri sei membri della Conferenza. È stata fra l’altro assunta la decisione di proporre alla Santa Sede di dividere la Conferenza internazionale in quattro Conferenze nazionali corrispondenti ai rispettivi quattro Paesi. Iva Mihailova, ne ha parlato con il segretario generale, mons. Ladislav Nemet, vescovo di Zrenjanin.

Perché pensate che sarebbe meglio dividere la conferenza internazionale?
“È un problema sul quale riflettiamo da anni, perché veniamo da nazioni con realtà e problemi diversi. Ma non solo, la nostra internazionalità rende poco flessibile la conferenza, la legislazione in ogni Paese è differente: per esempio solo in Serbia esiste l’insegnamento di religione nelle scuole e solo il Montenegro ha un concordato con la Santa Sede. Ogni nazione ha un nunzio diverso e questo rende più complicata anche la comunicazione con la Santa Sede”. 

Se la Congregazione per i vescovi accoglierà la vostra richiesta, il Kosovo per esempio sarà rappresentato da un solo vescovo? Questo non sarà un problema?
“Sì, in Kosovo c’è un vescovo, come anche in Macedonia; nel Montenegro ce ne sono due, mentre in Serbia siamo in cinque. La divisione in conferenze nazionali dal punto di vista tecnico è possibile, la tradizione della Chiesa conosce simili casi: in Moldavia, ad esempio, c’è solo un vescovo ed è membro del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa). La forma non è così importante: in effetti, per essere un partner riconosciuto e rispettato dallo Stato nazionale anche a livello ecclesiale deve presentarsi un soggetto nazionale. Noi, vescovi serbi, abbiamo grande bisogno di una conferenza episcopale efficace perché abbiamo tante questioni irrisolte con lo Stato”.

Nel frattempo la sede della Conferenza internazionale sarà spostata, secondo la vostra proposta, da Belgrado a Pancevo…
“Sì, sarà spostata da Belgrado alla vicina città di Pancevo, nella regione Vojvodina, dove vive il 95% dei cattolici in Serbia. Per loro questo spostamento ha un significato simbolico molto importante e in questo modo vogliamo mettere in risalto anche la presenza dei cattolici nella società serba”.

È stato approvato anche il documento con le Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici. Ci sono stati dei casi di abusi in Serbia?
“Nella preparazione del documento siamo un po’ in ritardo rispetto agli altri Paesi perché dovevamo concordare le diverse legislazioni dei quattro Paesi. Nella mia diocesi di Zrenjamin ci sono stati tre processi di presunti casi di abusi su minori. Alla fine si è dimostrato che si trattava di accuse infondate ma questo ha influito in modo molto negativo sui sacerdoti accusati, diventati oggetto di pessima cattiva. Nella Chiesa ortodossa invece alcuni vescovi sono stati processati da tribunali civili e lì ci sono stati molti problemi. Nel documento viene sottolineato il nostro impegno sulla linea della Santa Sede per tutelare i bambini e in caso di abusi di procedere con processi legali. Si tratta di processi ecclesiali, perché la legislazione nazionale non prevede l’obbligo di denuncia. Vorrei ribadire la gravità di questi crimini contro innocenti che mette anche a rischio la buona reputazione della Chiesa cattolica”.

Lei ha menzionato che ci sono delle questioni in sospeso con lo Stato serbo. Di cosa si tratta?
“Non sono ancora stati restituiti i beni nazionalizzati della Chiesa cattolica e queste pratiche non vanno avanti da molti anni. Si tratta di diversi edifici e di appezzamenti di terra. Abbiamo problemi anche con i contributi per la previdenza sociale dei nostri sacerdoti. Inoltre, non vengono riconosciuti i titoli accademici stranieri di teologia”.

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