Ma con una legge avremmo fatto prima?” “

La domanda è d'obbligo, ripercorrendo la storia e la vita di grandi donne che hanno comunque fatto una piccola rivoluzione, in una società come quella italiana segnata dalla loro grande fatica nell'imporre le proprie qualità umane e professionali

Può una rivoluzione iniziare per decreto dall’alto? O meglio, è possibile trasformare la società imponendo ciò che riesce a farsi strada da solo? La nuova valanga rosa questa volta non parla di sport invernali, ma deriva direttamente dalle nomine ai vertici delle grandi aziende pubbliche. Per la prima volta un governo ha deciso di puntare sulle donne. Così, al termine di una lunga e immaginiamo complessa negoziazione, si è imposta la "linea Renzi" che ha portato l’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia alla presidenza dell’Eni, l’attuale capo di Olivetti Patrizia Grieco a quella dell’Enel e la consigliera Rai Luisa Todini a quella delle Poste.
La forte volontà politica che ha sostenuto questa sterzata, preceduta dalla parità in cariche di governo e confermata dalla scelta di capolista donne alle prossime elezioni europee, non pare possa consentire di derubricarla a mera iniziativa di facciata. Così come il profilo di competenza delle protagoniste di questo giro di nomine non concede spazio a facili ironie. E’ la fine del modello "igienista dentale". Tre donne forti, sicuramente pronte e capaci di portare un contributo significativo all’azienda. Per quanto, proprio a voler esser puntigliose, non si può tacere il fatto che tutti i posti di amministratore delegato siano andati a uomini: alle presidenti donna molta rappresentanza formale e contenuta facoltà decisionale.
Davvero l’operazione "quote rosa" sta andando a buon fine? In una società evoluta, è necessario che le donne debbano appellarsi a una zona protetta, o a un atto impositivo, per ottenere di essere legittimamente presenti nei ruoli strategici della politica e dell’economia? Per non correre il rischio di avvitarsi in uno dei soliti discorsi astratti e generali sul posto delle donne nella società, affidiamoci ai numeri che ci danno la misura esatta delle cose e aiutano a capire e contestualizzare il fenomeno. Partiamo proprio dalle aziende. Nonostante l’Italia, con il suo 15% di presenze femminili in ruoli decisionali, resti al di sotto della media europea (17,8%), la voglia di cambiare è innegabile e che qualcosa si stia muovendo viene certificato anche da Bruxelles che ha salutato con entusiasmo la notizia di un costante aumento delle donne nei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa. Un trend in ascesa in tutta l’Unione Europea non frutto del caso: i progressi maggiori si sono registrati in quei Paesi dove sono state introdotte leggi sulla parità di genere.
Un po’ di cifre. Secondo i dati resi noti, nel periodo tra ottobre 2010 e ottobre 2013 la percentuale di donne nei Cda è aumentata in 22 dei 28 Paesi dell’Unione, con una media del 5,9%. Le crescite più incisive si sono registrate in Francia (17,4%); Slovenia (11,8%); Italia (10,4%); Olanda (10,2%) e Germania (8,8%). Le donne sono arrivate a rappresentare almeno un quarto dei membri dei board delle società solo in cinque Paesi. Guidano saldamente la classifica, anche grazie ad anni di allenamento, i paesi del Nord Europa: Finlandia (29,8%), Francia (29,7%), Lettonia (28,6%), Svezia (26,5%) e Olanda (25,1%). L’Italia si attesta in quindicesima posizione tra Croazia (15,1%) e Spagna (14,8%).
E la politica? Il 10 marzo il parlamento italiano ha sonoramente bocciato gli emendamenti che proponevano l’introduzione delle quote di genere nella legislazione elettorale italiana. Eppure ne è passato di tempo da quel lontano 1976 in cui Tina Anselmi, ministro del Lavoro del governo Andreotti III, fu la prima donna ministro in Italia. E anche dal 1979, quando una donna ricoprì per la prima volta una delle quattro maggiori cariche dello Stato: Nilde Iotti il 20 giugno fu eletta Presidente della Camera dei deputati. Nello stesso anno, Marisa Bellisario fu la prima donna a guidare come massimo dirigente una grande azienda. Diventò presidente di Olivetti Corporation of America, nel 1981 rientrò in Italia per assumere la guida del Gruppo Italtel.
Per la società civile il percorso è lungo. Nel 1885 Matilde Serao fu la prima donna italiana ad aver fondato e diretto un quotidiano: il Corriere di Roma e Il Mattino. Solo dieci anni dopo Maria Montessori fu la prima donna medico dopo l’Unità d’Italia. Il primo notaio donna? Adelina Pontecorvo, nel 1930. Il primo sindaco? Ada Natali, eletta sindaco di Massa Fermana (FM) nel 1945. Per il primo rettore donna di un ateneo statale bisogna aspettare praticamente l’altro ieri: 1997, Cristiana Compagno eletta rettore magnifico dell’Università di Udine. E solo nel 2005 Fernanda Contri fu il primo giudice costituzionale donna in Italia a presiedere un’udienza pubblica della Corte Costituzionale.
Un lungo cammino di avvicinamento alla parità, segnato dai passi di grandi donne che hanno fatto piccole rivoluzioni. La domanda è lecita: avremmo fatto prima se ci fosse stata una legge?

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