Cie, dubbi sulla riforma

Approvato il regolamento dei Centri per immigrati. Obiezioni da Caritas, gesuiti e Confer

La riforma della legge organica per la regolarizzazione dell’immigrazione del 2009 in Spagna fissava un termine di sei mesi entro i quali il Governo dell’epoca avrebbe dovuto approvare un regolamento del regime di internamento degli stranieri, dopo tre decenni senza una regolazione completa del funzionamento dei Cie (Centros de Internamiento de Extranjeros, Centri di internamento stranieri). A marzo, dopo quattro anni e alcuni mesi, il Consiglio dei ministri ha approvato il regolamento dei Cie. Oggi ci sono 8 Cie in Spagna, dei quali 5 nella Penisola iberica (Madrid, Barcellona, Valencia, Zaragoza e Algeciras) e 3 nelle Canarie, per un totale di 2.700 posti. Sul testo approvato hanno espresso dei pareri che evidenziano luci e ombre il Servizio gesuita ai migranti Spagna e la Caritas spagnola, in una nota congiunta, e la Conferenza spagnola dei religiosi (Confer).

Segnalate luci e ombre. Il Servizio gesuita ai migranti Spagna (Sjm) e la Caritas spagnola puntano a una società inclusiva e accogliente verso gli immigrati. Perciò, sottolineano che “l’esistenza di questo regolamento beneficia tanto le persone internate quanto i funzionari e l’altro personale dei centri e, in generale, tutta la società”. Inoltre, “valutano positivamente che il nuovo regolamento e la sua prossima implementazione possano sgombrare il campo e chiarire molte delle denunce e critiche che i Cie hanno accumulato negli ultimi anni attraverso ricorsi pubblici e privati”. Tuttavia, segnalano che, “sebbene il regolamento costituisca un avanzamento, non raccoglie molte delle risoluzioni di carattere generale dei Tribunali di sorveglianza dei Cie, raccomandazioni del difensore civico e del pubblico ministero e le osservazioni delle organizzazioni sociali che sono vicine giorno per giorno agli internati”.

Aspetti esclusi dal regolamento. Per Sjm e Caritas restano fuori dal regolamento aspetti molto importanti. Tra le mancanze segnalate, si evidenzia che “il regolamento stabilisce le condizioni di funzionamento dei Cie, ma non tratta i criteri di ingresso in essi”. Per Sjm e Caritas, infatti, “l’internamento è una misura eccezionale”, che “si deve adottare solo valutando le circostanze concrete del caso”. Non solo: “Le funzioni attribuite ai servizi sociali non sono conformi all’importanza di questi servizi nella detenzione e protezione, ad esempio, di possibili richiedenti asilo, minori, vittime di tratta o violenza sessuale e altri profili vulnerabili”. Ancora: “È incomprensibile e allarmante l’introduzione di vigilanza con armi da fuoco nei Cie”.

Le perplessità dei religiosi. Anche la sezione delle Migrazioni del settore Giustizia e solidarietà di Confer valuta con preoccupazione il testo approvato. “Potremmo pensare – si legge nel documento reso noto da Confer – che pubblicare per la prima volta un regolamento comporti una buona notizia. E lo sarebbe, se con la sua entrata in vigore si fossero garantiti i diritti dei migranti rinchiusi nei centri”. In realtà, il fatto che un immigrato possa essere trattenuto nei centri per 60 giorni senza aver commesso un reato “costituisce un attentato contro il diritto alla libertà di circolazione”. Insomma, “il regolamento non modifica l’essenza dei Cie”. Tra l’altro, evidenzia il documento di Confer, “si continua a lasciare la gestione dei Cie alla Direzione nazionale della Polizia, consolidando così il suo modello di gestione poliziesca che subordina i diritti delle persone internate ai criteri di sicurezza e controllo”. La decisione ultima rispetto al ricovero ospedaliero degli internati spetterà al direttore del Cie. “Secondo il punto di vista delle organizzazioni sociali – ricorda Confer – questa decisione dovrebbe sottostare strettamente a criteri medici e non a quelli dei funzionari di polizia”. E ancora: il regolamento prevede che gli appartenenti alle organizzazioni dei diritti umani debbano essere autorizzati dal direttore del Centro per poter fare delle visite, dopo aver presentato una copia dello statuto dell’organizzazione, un certificato di appartenenza alla stessa e l’obiettivo della visita. “Alcune organizzazioni – spiega Confer – interpretano queste misure come un mezzo per limitare l’assistenza agli internati mediante impedimenti burocratici e meccanismo eccessivi di controllo”.

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