Welfare, il serbatoio si svuota

Documento di Iustitia et Pax sulla riforma delle pensioni. Il parere di un economista cattolico

“Il problema strategico dell’economia ceca non è la deflazione, né la disoccupazione, né il potere della moneta, né la bassa esportazione. È la sostenibilità a lungo termine della competitività, messa in pericolo da due elementi di debolezza: il sistema educativo carente e lo squilibrio fiscale”, recita la dichiarazione del Consiglio Iustitia et Pax della Conferenza episcopale ceca, recentemente rilasciata sul tema della riforma pensionistica nel Paese, una delle condizioni essenziali per un futuro sviluppo economico. Danka Jaceckova di Sir Europa ha parlato con Martin Kupka, economista e membro del Consiglio, dei problemi attuali, delle possibili soluzioni e della responsabilità della Chiesa in materia di questioni sociali ed economiche.

Perché il Consiglio Iustitia et Pax ha deciso di rilasciare una dichiarazione speciale sull’approccio alla riforma pensionistica nella Repubblica Ceca? Come descriverebbe la situazione attuale del Paese e le principali minacce?
“Il Consiglio – attraverso le sue attività – cerca di definire i problemi sui quali non si riflette sufficientemente o adeguatamente nella società ceca, per poi indicare gli elementi che devono essere rispettati nella ricerca di soluzioni. Come si evince dal nome del Consiglio, ci concentriamo sui temi che hanno un impatto sulla dignità e sui diritti umani. Quando scegliamo un argomento di attualità, cerchiamo di tenere in considerazione anche il fatto che la gravità di alcuni problemi – forse adesso non così urgenti, quindi spesso trascurati – potrebbe crescere in dimensioni, mettendo in serio pericolo la coesione sociale e la stabilità future. La questione della ricerca di un sistema pensionistico adeguato rientra senza dubbio in questa categoria. La ragione principale della situazione allarmante dei sistemi pensionistici in molti Paesi del mondo, inclusa la Repubblica Ceca, è l’invecchiamento della popolazione. Le tendenze demografiche indicano che nei prossimi decenni la percentuale dei pensionati crescerà nella nostra società, a scapito di chi oggi lavora e di fatto finanzia le pensioni con il proprio salario. Metaforicamente parlando, il serbatoio dei fondi destinato al finanziamento delle pensioni continua a svuotarsi velocemente, mentre è più lento a riempirsi di nuovo. Prima o poi questo serbatoio si esaurirà”.

La dichiarazione della Commissione sottolinea che, per il bene delle generazioni future, è necessario cercare più intensamente “nuovi principi di un sistema pensionistico sostenibile a lungo termine”: quali sono le possibili soluzioni?
“Una fuga ideale dalla trappola pensionistica in agguato sarebbe un’inversione delle tendenze demografiche negative, associata a garanzie di lavoro per le generazioni future. Tuttavia, nessuno Stato democratico può garantire di riuscire a soddisfare queste condizioni. Tra le altre possibilità ci sono le cosiddette variazioni dei parametri del sistema pensionistico che si verificano nel nostro ambiente di volta in volta, ma la loro caratteristica comune è che non allontanano il pericolo di un collasso con ricadute positive, ma lo rimandano soltanto (una delle tipiche variazioni parametriche è lo spostamento dell’età pensionabile). Ai politici non piace introdurre simili misure, perché, detto in modo semplice, hanno come effetto che gli elettori lavorano più a lungo e ottengono meno soldi dopo essere andati in pensione, in confronto al sistema al momento in vigore. Politicamente la misura meno preferita è quella che sarebbe la più efficace: aumentare l’intensità del flusso d’entrata delle risorse finanziarie nel serbatoio delle pensioni in modo tale che neppure un più elevato deflusso si tradurrebbe nel suo esaurimento. Questo può essere assicurato in due modi: aumentando il risparmio sui redditi destinati al finanziamento della vita dopo il pensionamento, e aumentando l’indebitamento dello Stato, il che consentirebbe un finanziamento supplementare del sistema delle pensioni di solidarietà”.

Qual è il ruolo della Chiesa cattolica nel trattare le questioni sociali ed economiche di tale importanza?
“La Chiesa cattolica dovrebbe assolutamente partecipare alla ricerca delle soluzioni in tal senso tramite i suoi membri. In una prima fase, attraverso il loro contributo alla discussione sulla rilevanza di determinati argomenti per la società: ovvero quali non sono così importanti e quali invece lo sono. Dopo questa indagine, la Chiesa dovrebbe cercare di risolvere i problemi cruciali alla luce della sua dottrina sociale, definire un ordine di valori nell’ambito dei quali la società umana dovrebbe muoversi, definire il rapporto dell’uomo con Dio, gli altri uomini, il lavoro e la natura, e in questo senso impostare i principi generali che devono essere rispettati nella ricerca di soluzioni concrete”.

Come descriverebbe l’apertura dello Stato e delle sue autorità nei confronti della voce della Chiesa in questo campo?
“Dobbiamo essere realisti. In un Paese con una tradizione di lunga data di sfiducia verso la Chiesa cattolica come istituzione, non possiamo aspettarci che la nostra voce riesca a rompere il ghiaccio e aprire la strada al progresso della nostra società. D’altra parte, non è questa, in realtà, la nostra ambizione. Noi pensiamo che sia giusto che la Chiesa esprima la sua consapevolezza e la sua preoccupazione per le gioie e i dolori della società. Quando parliamo dei problemi concreti sui quali abbiamo cercato di attirare l’attenzione, ci sentiamo come un ruscello angusto o una palla di neve che non può fare nulla da sola, ma soltanto associandosi ad altri ruscelli o fiocchi di neve e – se è volontà di Dio – svilupparsi in un potere capace di spingere la società nella direzione desiderata”.

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