Sotto le bombe” “dom Savelli” “aveva solo 14 anni

Montecassino: il 18 maggio di 70 anni fa si chiudeva una delle battaglie più cruente del secondo conflitto mondiale. Decine di migliaia di morti. L'abbazia fu rasa al suolo il 15 febbraio 1944. Seguirono ancora tre mesi di combattimenti per scardinare la resistenza tedesca. Ricordi che si fanno più vivi in vista del 21 marzo, festa di san Benedetto. La testimonianza di uno dei pochi sopravvissuti

"Buongiorno, sono il maggiore Bradford Evans. Sono il pilota che ha guidato la prima delle quattro formazioni di bombardieri americani B-17 e ha sganciato il primo grappolo di bombe da 250 chilogrammi l’una sull’abbazia. Sono qui e se volete potete sputarmi in faccia". Parte dalla fine padre Germano Savelli, monaco benedettino, per raccontare la storia della battaglia di Montecassino e della distruzione della millenaria abbazia, di cui fu testimone oculare, avvenuta in un arco di tempo compreso tra il 20 gennaio e il 18 maggio 1944. "Il maggiore è rimasto ospite da noi in abbazia per qualche giorno" in chiara ottemperanza al capitolo 53 della Regola di san Benedetto che esorta i monaci ad accogliere i pellegrini e forestieri "come fossero Cristo in persona". E poco importa se colui che, circa 20 anni fa, aveva bussato al portone dell’abbazia era stato uno degli artefici della distruzione dell’abbazia. La quarta della serie: la prima tra gli anni 577 e 589 ad opera dei Longobardi, la seconda nell’883 ad opera dei Saraceni, la terza nel 1349 a causa di un terremoto, la quarta, la più tragica e assurda dovuta ai bombardamenti angloamericani che, in modo particolare, il 15 febbraio 1944, e nei giorni seguenti, si accanirono sulla fondazione benedettina, provocando centinaia di vittime tra i civili e riducendo in un ammasso di pietre quello che la cultura e il lavoro benedettino avevano costruito in quasi 1500 anni di storia.

Un diluvio di bombe. "Fu un diluvio di bombe quel 15 febbraio", ricorda padre Savelli che all’epoca aveva 14 anni. Era entrato nel monastero all’età di 12, il 5 ottobre 1942, come alunno monastico. In quel periodo la comunità era formata da circa 40 monaci ma in abbazia, spiega, "avevano trovato rifugio anche centinaia di sfollati da Cassino e zone vicine, fuggiti dopo i primi bombardamenti della città avvenuti sin dal 10 settembre 1943". In seguito a quei fatti, continua il racconto del monaco, "i tedeschi, che già stavano fortificando la zona, esortarono i monaci a lasciare l’abbazia mettendo in salvo anche libri preziosi e l’archivio. La comunità fu ospitata a Roma presso la basilica di san Paolo fuori le mura. A Montecassino rimasero solo 11 religiosi. Furono gli stessi tedeschi a trasportare i monaci nella Capitale come anche le 187 casse del museo di Napoli, il tesoro di san Gennaro, preziosi reperti del tesoro numismatico di Siracusa, tre casse del principe Umberto di Savoia e altro ancora stipato nei chiostri del monastero nella speranza che le bombe potessero risparmiare l’abbazia". Ma così non fu. Come si è visto. "Molta parte di questo patrimonio fu portato a Spoleto e poi verso altri lidi, come Monaco di Baviera". Quando arrivò l’ordine di bombardare, "suggerito dal comandante della IV Divisione indiana, Francis Tuker, nell’abbazia non vi erano tedeschi, come erroneamente creduto dagli americani, ma solo pochi monaci e almeno duecento civili che trovarono così la morte in quel 15 febbraio". Incredibile il dispiego di forza degli alleati: 453 tonnellate di bombe scaricate in otto ondate da 239 bombardieri. "Fu solo dopo il 18 febbraio che i tedeschi occuparono le macerie dell’abbazia e per tre mesi ancora respinsero le truppe alleate. Non si vedeva altro che morte, macerie e distruzione". Il ricordo di dom Savelli si sofferma sulla sofferenza di quei giorni: "Intorno all’abbazia la popolazione sfollata si disperdeva nelle montagne e nelle campagne. Molti che potevano aprivano le porte a chi aveva perso tutto nei bombardamenti. Si condivideva tutto, anche la fame, offrendo qualche patata e poco grano delle dispense ormai vuote. Ho visto famiglie passare l’inverno sotto gli alberi. Dio mio quanta fame!". Per vedere la fine delle ostilità bisogna attendere il 18 maggio quando, ricorda il monaco, "le truppe polacche falciavano inesorabilmente a mitragliate ogni tedesco che si arrendeva al loro passaggio. Sorte diversa la riservarono a quelli feriti e nascosti tra le macerie dell’abbazia. Costoro, circa 15, vennero curati e fatti prigionieri".

"Dov’era e com’era". Fin qui i fatti di guerra. "I primi monaci, tre, tornarono a Montecassino il 1° luglio 1944 e trovarono alloggio in alcuni locali rimasti in piedi nei piani più bassi dell’abbazia distrutta", rivela dom Savelli. L’opera di ricostruzione, prese il via con la posa simbolica della prima pietra il 15 marzo 1945, annunciata dalle parole dell’abate del tempo, dom Ildefonso Rea, "dov’era e com’era". Qui la voce del monaco riprende tono e vigore: "La storia di Montecassino è la storia d’Europa. L’evangelizzazione del Vecchio Continente è partita da qui. La parte materiale è stata ricostruita, la cosa più dura da fare è la ricostruzione morale. È forse il tempo di tornare a invocare per l’Europa la fede e l’unità, come disse Paolo VI il 24 ottobre 1964. Cosa c’è di più moderno e necessario per la pace?". E chissà se queste parole dom Savelli le ha ricordate anche al maggiore Bradford Evans mentre era ospite in abbazia. Glielo chiedo ma non mi risponde. L’ultimo sguardo, prima di ripartire è rivolto al cimitero polacco e alla lapide: "Noi soldati polacchi abbiamo dato le nostre anime a Dio, i nostri corpi all’Italia e i nostri cuori alla Polonia". Dopo 70 anni il ricordo va a tutte le vittime delle guerre. Anche questa è la lezione di Benedetto da Norcia. 

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